di Guido Keller –
Permane incandescente la situazione nelle regioni russofone dell’Ucraina, anche se appare difficile che la Russia possa andare oltre al disegno, ora fatto concreto, di annessione della Crimea: il ministro dell’Interno ucraino Arsen Avakov ha minacciato che se non dovesse trovarsi una soluzione alla crisi attraverso il dialogo con i manifestanti russofoni di Kharkiv, Donetsk e Lugansk, Kiev potrebbe ricorrere alla forza.
“Penso che una soluzione alla crisi la si troverà entro le prossime 48 ore” – ha dichiarato Avakov – . “I piani dell’operazione anti-terrorismo in tutte e tre le regioni non sono stati annullati, e siamo in grado di attuare in qualsiasi momento tutte le iniziative prestabilite. Esistono due opzioni, una politica, attraverso le trattative, e poi quella della forza. A chi vuole il dialogo, proponiamo colloqui e una soluzione appunto politica. Per la minoranza che invece vuole il conflitto ci sarà una risposta forte da parte delle autorità ucraine”.
La crisi delle regioni russofone appare solo come una conseguenza di quella della Crimea, tant’è che lo stesso Avakov fa oggi la voce grossa che non ha fatto quando i russi avevano issato le proprie bandiere ed ammainato quelle giallo-blu.
E di dialogo parla il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, che già ieri aveva lanciato l’idea di un incontro quadripartito fra Ucraina, Unione europea, Russia e Stati Uniti volto a mettere la parola fine alla crisi ucraina, ovvero di un paese che Mosca dava come già per scontato come parte dell’Unione doganale, ma che si è visto scivolar via a causa delle proteste di Piazza Maidan.
Unica condizione che pone Mosca è la presenza al tavolo anche dei rappresentanti delle regioni russofone dell’Ucraina.
A preoccupare l’Europa, assai più che i lontani Stati Uniti, sono le forniture di gas, o meglio, la confusione che vi si sta generando, dopo che l’ amministratore delegato di Gazprom, Alexander Dyukov, ha parlato di aprire i mercati verso i paesi emergenti, dove le popolazioni si misurano in nove zeri, e di commerciare l’energia in euro anziché in dollari.
Il quadro è sotto gli occhi di tutti: l’Ucraina, che ha un’economia dissestata, è sull’orlo del default. Si è vista (come era scontato) ritoccare i prezzi al rialzo delle forniture di gas, proprio perché non parte dell’Unione doganale ideata da Putin: ha bisogno quindi di essere sostenuta.
Sul fronte libico benché l’a.d. di Eni, Paolo Scaroni, abbia da poco dichiarato che in Libia il suo gruppo abbia ripreso una produzione vicina all’80%, il caos che regna nel paese nordafricano si sta facendo sentire proprio in termini di fornitura energetica all’Europa.
Sul tema è intervenuto il ministro degli Esteri Federica Mogherini, la quale ha affermato che l’Italia “non ha problemi nel breve periodo”: “Abbiamo abbastanza diversificato le nostre fonti energetiche” – ha spiegato il capo della diplomazia italiana – “anche se chiaramente è sempre utile farlo di più e soprattutto sarà utile lavorare per una politica energetica europea. Cosa che forse abbiamo tardato negli ultimi anni a fare…”. “Sarà bene invece affrettarci” – ha aggiunto Mogherini – “anche perché questa crisi mette in luce l’esigenza di avere un’Europa più integrata e che riesca a lavorare meglio insieme. Ce ne accorgiamo solo nelle crisi e invece sarebbe bene poi mantenere questo grado di consapevolezza anche a livello di opinione pubblica quando magari le crisi, fortunatamente, si risolvono”.

