di Enrico Oliari –
Il Washington Post ha riportato che nel corso della telefonata di questa settimana di Vladimir Putin con Donald Trump, il presidente russo ha chiesto, nel quadro di future trattative per mettere fine al conflitto ucraino, il completo ritiro delle forze ucraine dal Donbass, cioè dalle repubbliche di Donetsk e di Lugansk, dicendosi tuttavia disposto a fare concessioni all’Ucraina per le regioni di Kherson e Zaporizhzhia, entrambe occupate dai militari russi. Ovviamente varrebbero la non adesione dell’Ucraina alla Nato e il riconoscimento ufficiale della Crimea alla Russia.
Si tratta senza dubbio di un ammorbidimento nelle posizioni del Cremlino, dal momento che fino a poco fa lo stesso Putin era apparso irremovibile circa le regioni di Kherson e Zaporizhzhia, ma tant’è che per mettere fine alla costosissima (anche in termini di vite umane) “Operazione speciale” è necessario giungere a un compromesso.
Di certo a preoccupare Mosca non sono i missili Tomahawk, sui quali comunque il capo della Casa Bianca ha frenato, anche perché avvierebbero un ulteriore livello di escalation del conflitto, potendo la Russia contare su armi ipersoniche equivalenti.
A remare contro sono ancora una volta i falchi europei, che parlano di pace ma spingono per la guerra. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è sentito al telefono contemporaneamente con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keir Starmer, il segretario generale della Nato Mark Rutte e i vertici dell’Ue, Antonio Costa e Ursula von der Leyen: tutti hanno affermato la necessità di una “pace giusta per l’Ucraina”, da raggiungere tuttavia attraverso “l’aumento delle pressioni sulla Russia”. Tradotto significa continuare le forniture di soldi e armi per procrastinare il conflitto finché non sarà la Russia a cedere. Costi quel che costi.












