di Giuseppe Gagliano –

Il prossimo vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin a Budapest segna un passaggio delicato nel conflitto ucraino. Non è ancora stata fissata una data precisa, ma il solo annuncio dell’incontro riflette una fase di stallo militare e di accelerazione diplomatica. L’obiettivo dichiarato è aprire un canale diretto per negoziare almeno una tregua. L’obiettivo reale, però, è molto più complesso: ridefinire i rapporti di forza tra Stati Uniti, Russia e Ucraina.

Sul terreno, la guerra non mostra segni di rallentamento. Nelle ore precedenti all’annuncio, Mosca ha lanciato oltre 300 droni e decine di missili contro infrastrutture ucraine, mentre Kiev ha colpito obiettivi strategici in territorio russo. Siamo a un punto in cui il conflitto si è trasformato in logoramento strutturale: non avanzano le linee, ma cresce la pressione sulle retrovie, sugli apparati industriali e sull’economia di guerra dei due Paesi. È questo contesto di usura che spinge Trump a tentare una mossa diplomatica, non necessariamente per chiudere la guerra, ma per ricollocare Washington al centro del gioco.

Il tema dei missili Tomahawk, discussi nei giorni scorsi da funzionari ucraini con Raytheon e Lockheed Martin, è diventato la leva negoziale di Trump. Da un lato, rassicura Volodymyr Zelensky mostrando disponibilità a rafforzare la capacità offensiva ucraina. Dall’altro, invia a Putin un messaggio chiaro: se non ci sarà un accordo, la guerra diventerà più costosa per Mosca. L’irritazione del Cremlino è evidente: Putin ha avvertito che la consegna di missili a lungo raggio “danneggerebbe gravemente i rapporti bilaterali” e comprometterebbe la prospettiva di un accordo.

La scelta di Budapest non è casuale. Viktor Orbán mantiene un rapporto privilegiato con la Russia e ha più volte messo in discussione la linea occidentale di sostegno militare a Kiev. L’Ungheria si presta dunque come piattaforma politica per un negoziato informale, lontano dai riflettori dei vertici NATO. È anche un segnale a Bruxelles: gli Stati Uniti intendono gestire direttamente la partita, senza intermediari europei.

L’annuncio del vertice Trump-Putin arriva alla vigilia della visita di Zelensky alla Casa Bianca. Il leader ucraino aveva programmato di chiedere nuovo supporto militare, inclusi i Tomahawk. Ora, però, la svolta diplomatica americana apre scenari incerti. Un tono più conciliante da parte di Trump potrebbe rafforzare il sospetto, in Europa e a Kiev, che Washington stia cercando un compromesso con Mosca anche a costo di ridurre la pressione militare. È questo il punto politico più sensibile: una pace negoziata potrebbe arrivare, ma non necessariamente alle condizioni ucraine.

Dietro la mossa di Trump si intravede una logica più ampia. Gli Stati Uniti vogliono evitare un conflitto infinito che logora risorse e influenza, mentre la Russia tenta di consolidare il vantaggio tattico senza cedere posizioni strategiche. La partita è anche geoeconomica: la fine della guerra aprirebbe spazi per ricostruzione, investimenti e nuove relazioni commerciali. Trump ha evocato “un enorme potenziale economico” tra Washington e Mosca, segnale che il negoziato non sarà solo militare.

Il vertice di Budapest non garantirà la pace. Ma segna un cambio di tono: dal sostegno incondizionato a Kiev a un approccio più negoziale. Se Trump riuscirà a ottenere concessioni da Putin, potrà presentarsi come l’artefice di una de-escalation. Se fallirà, la guerra potrebbe entrare in una fase ancora più dura. In entrambi i casi, l’Europa rischia di trovarsi spettatrice, con margini sempre più ridotti per influenzare la direzione del conflitto.