di Giuseppe Gagliano –
L’annuncio della fornitura di Tomahawk all’Ucraina da parte degli Stati Uniti segna una delle fasi più delicate e pericolose dall’inizio della guerra in corso con la Russia. Le dichiarazioni del presidente Donald Trump e le reazioni immediate del Cremlino hanno trasformato un’ipotesi militare in un segnale politico di alto livello. La posta in gioco non è soltanto l’evoluzione tattica del conflitto, ma l’intero equilibrio strategico tra Washington e Mosca.
Ieri Trump ha dichiarato pubblicamente che potrebbe autorizzare la fornitura di missili Tomahawk all’Ucraina se Vladimir Putin non metterà fine alla guerra. La minaccia è chiara: portare il conflitto a un livello superiore di pressione strategica contro la Russia. I Tomahawk, con una gittata di oltre 2.500 km, sono armi a lungo raggio in grado di colpire obiettivi sensibili ben oltre la linea del fronte, incluse aree strategiche nel cuore del territorio russo. Alcune versioni, sebbene dismesse, possono anche trasportare testate nucleari.
Il Cremlino ha reagito immediatamente. Il portavoce Dmitrij Peskov ha definito la questione dei Tomahawk “motivo di estrema preoccupazione”, sottolineando che il lancio di missili potenzialmente nucleari verso la Russia obbligherebbe Mosca a reagire come di fronte a una minaccia strategica diretta. Questo tipo di escalation è esattamente ciò che l’apparato militare russo considera una linea rossa: la possibilità di attacchi a lunga distanza sul proprio territorio.
Per Washington la mossa ha una duplice funzione. Da un lato, esercitare pressione diretta su Putin per accelerare una soluzione politica al conflitto. Dall’altro, testare la capacità russa di assorbire un segnale di deterrenza rafforzata, senza sfociare in un’escalation incontrollata. È una strategia rischiosa ma calcolata: introdurre nella discussione pubblica un’arma che può cambiare i rapporti di forza sul campo e nelle trattative.
Per Volodymyr Zelensky i Tomahawk rappresentano molto più di una nuova capacità militare: sono uno strumento di pressione geopolitica. Con queste armi, Kyiv potrebbe colpire infrastrutture strategiche russe lontane dal fronte, come oleodotti, centri logistici e basi militari, aumentando i costi della guerra per Mosca. Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina li userebbe solo per obiettivi militari, ma il messaggio politico è evidente: costringere la Russia a difendersi in profondità.
La reazione russa tuttavia mostra quanto sia fragile l’equilibrio attuale. Mosca considera l’eventuale impiego dei Tomahawk come un segnale di coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto, dato che tali missili richiedono infrastrutture, informazioni e know-how che Kyiv da sola non possiede. Putin aveva già dichiarato che un simile passo segnerebbe “una nuova fase qualitativamente diversa” della guerra.
Parallelamente, emerge un altro elemento rilevante. Secondo il Financial Times, Washington già fornisce da mesi supporto di intelligence per attacchi ucraini a lungo raggio contro infrastrutture energetiche russe, contribuendo alla pianificazione e all’elusione delle difese aeree di Mosca. La fornitura dei Tomahawk renderebbe questa cooperazione ancora più esplicita, aumentando la percezione russa di un confronto diretto con la NATO.
In questo contesto la decisione finale sull’invio dei missili va oltre il piano puramente militare. Coinvolge equilibri strategici globali, rapporti di forza interni all’Alleanza Atlantica e la percezione russa delle intenzioni occidentali. Per Trump, è anche un messaggio politico rivolto alla propria base interna e agli alleati: mostrare fermezza senza un impegno diretto di truppe.
Il Cremlino dal canto suo sta già utilizzando la minaccia dei Tomahawk per rafforzare la narrativa di un Occidente ostile e preparare l’opinione pubblica a una possibile escalation. In una guerra sempre più ibrida, la dimensione simbolica e psicologica pesa quanto quella strettamente militare.
Se gli Stati Uniti decidessero effettivamente di trasferire queste armi all’Ucraina attraverso la NATO, il conflitto potrebbe entrare in una fase nuova e molto più pericolosa, in cui la distinzione tra sostegno indiretto e coinvolgimento diretto diventerebbe sempre più sottile.












