
di Giuseppe Gagliano –
Il vertice straordinario alla Casa Bianca ha segnato un passaggio cruciale nella guerra in Ucraina. Donald Trump ha promesso a Volodymyr Zelensky che gli Stati Uniti sosterranno la sicurezza dell’Ucraina in un futuro accordo di pace con la Russia. La dichiarazione resta vaga nei contenuti, ma segna un cambio di tono rispetto alle diffidenze mostrate nei mesi passati dalla nuova amministrazione americana. Zelensky l’ha definito “un grande passo avanti”, sottolineando che le garanzie saranno formalizzate entro dieci giorni.
Mosca ha subito precisato che non accetterà la presenza di truppe NATO in Ucraina come parte di un accordo di pace, ribadendo la narrativa dell’“operazione militare speciale” per difendere la propria sicurezza nazionale. In realtà il Cremlino punta a bloccare qualsiasi integrazione di Kiev nelle strutture di difesa occidentali, percepite come minaccia esistenziale. Le richieste avanzate da Putin, emerse dall’incontro in Alaska, prevedono la rinuncia ucraina alla Crimea e a gran parte del Donbass, condizioni che Zelensky ha respinto.
I leader europei presenti a Washington, cioè il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Frederich Merz, il primo ministro italiano Giorgia Meloni, il presidente finlandese Alexander Stubb, il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, il premier britannico Keir Starmer e il segretario generale della Nato Rutte, hanno insistito perché Putin accetti un cessate-il-fuoco preliminare. Trump, dopo aver inizialmente sostenuto l’idea, si è allineato alla posizione russa: un accordo può essere raggiunto anche mentre i combattimenti proseguono. È una linea pragmatica ma rischiosa, che potrebbe congelare il conflitto senza risolverlo, trasformando l’Ucraina in un campo di battaglia permanente.
Per la prima volta Volodymyr Zelensky non era solo. L’arrivo a Washington di un folto gruppo di leader europei ha voluto segnare una rottura con il vertice di febbraio, quando Trump e il vicepresidente JD Vance lo avevano attaccato duramente. Questa volta il presidente ucraino ha ringraziato più volte i suoi alleati, consapevole che senza il sostegno europeo la promessa americana rischierebbe di restare incompiuta. Macron ha ricordato che ogni garanzia di sicurezza riguarda “l’intero continente europeo”, legando il futuro dell’Ucraina a quello dell’UE e della NATO.
Sul tavolo del vertice anche le cifre: Zelensky ha dichiarato che Kiev è pronta ad acquistare armamenti statunitensi per circa 90 miliardi di dollari. Un impegno che rivela la dimensione economica della guerra: gli aiuti militari diventano anche contratti industriali che rafforzano il legame tra Washington e Kiev, ma rischiano di trasformare la dipendenza ucraina in un rapporto strutturale.
Trump ha annunciato di aver avviato l’organizzazione di un incontro diretto tra Putin e Zelensky, probabilmente in Ungheria, e già oggi dal Cremlino è arrivata disponibilità all’incontro. L’obiettivo è un vertice trilaterale che ridisegni la mappa del conflitto. La scelta di accettare la proposta russa di una trattativa globale, senza tregua, conferma la volontà di Trump di posizionarsi come mediatore tra i due contendenti, ma anche di scaricare su Kiev il peso delle concessioni. La Reuters ha sottolineato come il presidente americano abbia lasciato intendere che la Crimea e l’ingresso nella NATO dovrebbero uscire dalle priorità ucraine.
Il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha chiarito che l’adesione dell’Ucraina non è all’ordine del giorno, ma che si lavora a meccanismi di garanzia simili all’Articolo 5, il cuore della difesa collettiva. Un compromesso che potrebbe fornire a Kiev una protezione politica e militare, pur senza formalizzare l’ingresso nell’organizzazione. In pratica, un’architettura di sicurezza “ibrida”, che accontenta Washington e Berlino, riduce le frizioni con Mosca ma lascia Kiev in una condizione di precarietà permanente.
Il vertice di Washington ha mostrato la volontà comune di uscire dallo stallo, ma ha anche svelato le divergenze profonde. Per Zelensky la promessa americana rappresenta ossigeno politico. Per Trump è un’occasione per proporsi come architetto della pace, anche a costo di spingere Kiev verso dolorose concessioni. Per l’Europa è la prova che la sicurezza dell’Ucraina coincide con quella dell’intero continente. Se il compromesso prenderà forma, sarà una pace fragile, appesa alle condizioni di Mosca e alla capacità dell’Occidente di restare unito.










