di Yari Lepre Marrani –
“Il dado è tratto”, direbbe Giulio Cesare se osservasse, in questi giorni, il vergognoso destino cui va incontro l’Ucraina con la notizia che un probabile cessate-il-fuoco da parte delle truppe russe sarà deciso non in Europa, teatro della grande tragedia bellica iniziata con l’invasione russa il 24 febbraio 2022, ma in Alaska, il più grande Stato degli USA. Trump e Putin si incontreranno tra quattro giorni (il 15 agosto) in Alaska per uno storico vertice il cui tema principale sarà il conflitto russo-ucraino
La scelta del luogo non è affatto casuale, ma storicamente simbolica: un secolo e mezzo fa l’Alaska apparteneva alla Russia zarista di Alessandro II, che nel 1867 la vendette agli Stati Uniti per 7 milioni di dollari (120 milioni di dollari odierni). Un luogo carico di simboli, ricordi, contese e polemiche, perché ai tempi della “svendita” dell’Alaska agli statunitensi i russi, indeboliti dai danni della Guerra di Crimea, pensarono a quello Stato come ad un oggetto utile per guadagnare, mentre oggi esso appare come un ponte metaforico tra le volontà putiniane e trumpiane di spartirsi Kiev senza nemmeno osare coinvolgerla, in quella che si palesa come una vera e propria diplomazia fatta sul tavolo dei morti (ucraini).
Con questo incontro totalmente svincolato dal rispetto per il paese invaso e afflitto da Putin, e con esso per l’Europa ridotta a spettatrice debole che vede i propri interessi esclusivamente in mano alle superpotenze che la circondano ad est e ovest, si decideranno forse non solo i destini della debole Ucraina, ma a lungo raggio dell’Europa intera, ridotta ad autentica vassalla politica e militare, racchiusa tra due incudini: USA e Federazione Russa.
Nonostante la NBC, citando diverse fonti, abbia ventilato che la Casa Bianca stia valutando la possibilità di invitare Volodymyr Zelensky in Alaska, questa ipotesi rimarrà senz’altro nell’alveo delle ipotesi, lontana anni luce dal concretizzarsi: un’evenienza che non si realizzerà semplicemente perché la volontà di Putin è ambigua, ma se corredata da un autentico desiderio di porre sul tavolo la carta di un immediato cessate-il-fuoco; quest’ultimo dovrà essere deciso senza il benché minimo intervento del paese invaso, che deve rimanere escluso e umiliato, come l’Europa intera.
Come riporta il Wall Street Journal, è stato presentato al vice presidente Usa Vance un contropiano europeo in base al quale qualsiasi concessione territoriale dovrà essere tutelata da solide garanzie di sicurezza, inclusa una potenziale adesione dell’Ucraina alla Nato. Non solo: gli europei hanno dignitosamente sottolineato come a base di un accordo dovrà esserci l’entrata in vigore di un immediato cessate-il-fuoco da parte russa, e che come nessun accordo di pace potrà raggiungersi senza la partecipazione di Kiev ai negoziati.
Nel colloquio di mercoledì scorso al Cremlino di Putin con Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, il leader russo avrebbe espresso precise rivendicazioni da porre a base di una svolta pacifica del conflitto: Kiev dovrà cedere l’area sud-orientale del Donbass ma non solo. Le regioni di Lugansk, che già le truppe russe controllano integralmente, e di Donetsk, saranno territoriche Putin tratterà da “merce di scambio” se si vorrà trovare un accordo. Anche le regioni di Kherson e Zaporizhzhia sono sul tavolo ambiguo di Putin, le quali che pur non essendo integralmente occupate dai russi dovranno essere pienamente controllate dalla Russia come condizione per la fine del conflitto. Ma la fiducia riposta in Putin è come la testa del bimbo che entra nella bocca del leone per vederne la gola, rassicurato che il leone non lo sbranerà.
Kiev e Zelensky non vogliono regalare all’occupante le proprie terre. Concetto ripreso e ribadito dal ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, secondo il quale Kiev vuole una pace basata sul rispetto della sua integrità territoriale.
Mai come in tali delicatissimi frangenti torna attuale la frase latina di Seneca il Giovane “nemo potest personam diu ferre, ficta cito in naturam suam recidunt” (“nessuno può indossare a lungo una maschera, e le finzioni rapidamente ritornano alla loro vera natura”). Detto in termini più elementari, è impossibile fingere di essere qualcun altro per sempre; la vera natura di una persona, prima o poi, si manifesterà. Una frase che ben si sposa alla natura manipolatoria e rivendicativa dell’uomo Putin, che forse finge, forse vuole portarsi a casa il maggior bottino possibile, ora che il numero di vittime tra i soldati russi e quelli ucraini ha raggiunto vette apicali, cinque volte superiore a quello di tutte le guerre sovietiche e russe a partire dalla Seconda guerra mondiale. Lo ha stabilito in un rapporto pubblicato in giugno il Center for Strategic and International Studies, uno dei più importanti think tank al mondo che ha sede a Washington, secondo il quale i militari russi morti si aggirano già oggi intorno ai 300mila mentre l’esercito ucraino ha subìto perdite piuttosto ingenti, con 400mila vittime, tra cui 60-100mila soldati uccisi.












