di Giuseppe Gagliano –
Un negoziato che nasce dal fronte
Il piano di pace statunitense da 28 punti, presentato come la via d’uscita dal conflitto, arriva mentre la linea del fronte continua a spingere gli equilibri politici. Le parole di Putin, secondo cui il documento americano “può essere una base per una soluzione definitiva”, non sono il segnale di una reale apertura diplomatica, ma il riflesso di un fatto evidente: oggi è la dinamica militare a orientare le posizioni negoziali. La presa quasi totale di Kupyansk, confermata da Mosca e smentita da Kiev ma visibile sul terreno, diventa l’esempio che il Cremlino usa per ribadire la propria forza contrattuale.
Mosca accetta il piano solo se questo sancisce la superiorità militare raggiunta. Kiev lo rifiuta perché vede in esso la perdita della propria sovranità. Washington lo propone perché intende congelare il conflitto prima che si trasformi in un logoramento senza fine.
Gli incontri tra Stati Uniti e Russia, si cui l’ultimo in Alaska e il successivo rinviato a Budapest, hanno mostrato due potenze ancora lontane da un’intesa. Il viceministro Ryabkov sottolinea “progressi impressionanti”, ma la sostanza resta invariata: gli Stati Uniti cercano un accordo rapido, la Russia vuole un compromesso che riconosca i suoi guadagni territoriali, la Cina osserva senza intenzione di entrare nei meccanismi del controllo degli armamenti.
Non è un caso che Mosca rifiuti di spingere Pechino in un trilaterale nucleare: la deterrenza cinese resta un asset strategico e intangibile per il Cremlino. Washington vede invece nella partecipazione cinese la chiave per ridisegnare la stabilità strategica globale, ma non trova interlocutori disponibili.
Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan si propone come facilitatore, forte della sua posizione ibrida: membro NATO, partner economico di Mosca, alleato intermittente di Kiev. Il ritorno dell’accordo sul grano è uno dei temi che Ankara cerca di riattivare, consapevole che il Mar Nero è al centro della competizione tra sicurezza alimentare e strumenti di pressione geopolitica.
L’Europa intanto si trova in una posizione scomoda. Da un lato considera il piano americano troppo favorevole alla Russia; dall’altro teme che senza un compromesso Washington riduca gradualmente il suo impegno militare e finanziario verso Kiev, spostando oneri e responsabilità verso un’Europa che non ha né capacità militari né coesione politica sufficienti.
Per il Cremlino l’obiettivo resta il controllo completo di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhia. Mosca rivendica di detenere circa il 19% dell’Ucraina, un dato che mostra come due anni di offensiva non abbiano prodotto conquiste radicali, ma abbiano comunque consolidato una fascia strategica che la Russia considera irrinunciabile.
Il messaggio di Putin è diretto: o Kiev accetta il piano, oppure dovrà affrontare nuove offensive. Non è solo retorica. Lo stato delle difese ucraine, la carenza di truppe e munizioni e la pressione su nodi logistici centrali mostrano come la Russia intenda usare il campo di battaglia come leva negoziale.
Il presidente ucraino parla di una “scelta difficile”: mantenere dignità e sovranità o salvare il legame con Washington. È un dilemma costruito dalla realtà: senza gli Stati Uniti, Kiev non ha i mezzi per sostenere la guerra; senza concessioni, il conflitto rischia di prolungarsi fino a esaurire le capacità ucraine di mantenere una linea difensiva coerente.
È qui che si innesta il disagio europeo: Bruxelles non può accettare un accordo che premi Mosca, ma non dispone degli strumenti per modificarne gli effetti.
Il piano americano nasce dalla constatazione che nessuna delle parti può ottenere una vittoria totale. La Russia non ha la capacità di conquistare l’intero Donbass e spingersi oltre; l’Ucraina non può riconquistare i territori perduti; l’Occidente non può sostenere un impegno illimitato; la guerra deve trovare un equilibrio di forze e non una soluzione ideale.
Putin lo sa e lo ripete: un’intesa è possibile, ma solo se certifica la nuova mappa del potere.
Lo scenario mostra un panorama in cui la diplomazia è subordinata alla geografia del fronte. Washington media, Mosca avanza, Kiev resiste, l’Europa osserva, Ankara negozia. Il piano di pace non è un progetto politico: è una fotografia delle attuali correlazioni di potere.
Finché una delle parti riuscirà a ottenere anche piccoli vantaggi territoriali, il negoziato resterà appeso agli sviluppi militari. La pace, se arriverà, non sarà frutto di una visione comune ma dell’esaurimento delle capacità belliche e del riconoscimento, da parte di tutti, che il conflitto non può produrre vincitori.




