Ucraina. Washington vuole chiudere, Mosca frena: la fiducia in Trump si sfilaccia

di Giuseppe Gagliano

Nei negoziati a guida statunitense sulla guerra in Ucraina i nodi restano quelli di sempre, ma nelle ultime ore se n’è aggiunto uno più insidioso: la fiducia russa verso l’amministrazione Trump sembra incrinarsi. Il 9 febbraio il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, in un’intervista ripresa dall’agenzia Interfax, ha rivendicato che a Anchorage Mosca aveva accettato una proposta americana: secondo la ricostruzione russa, quel passaggio doveva chiudere la partita ucraina e aprire una fase di cooperazione ampia e vantaggiosa con gli Stati Uniti, dagli investimenti in avanti. Invece, dice Lavrov, è accaduto l’opposto: nuove sanzioni e un’azione ostile contro le petroliere in mare aperto, indicata come violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Il punto politico è chiaro: se Washington chiede un accordo, ma mantiene intatta l’architettura punitiva costruita negli anni precedenti, Mosca conclude che il tavolo serve a congelare il conflitto alle condizioni americane, non a cambiare davvero rapporto.
Lavrov aggiunge un altro tassello, più geoeconomico che militare: agli indiani e ad altri partner della Russia, sostiene, si tenta di impedire l’acquisto di combustibili russi a buon prezzo, spingendoli verso il gas naturale liquefatto statunitense a costi elevati. Qui la guerra non è solo sulle mappe: è sulle fatture energetiche, sui contratti, sulle rotte e sulle regole del mercato. Nella lettura russa, l’obiettivo dichiarato americano di “dominio economico” contraddice le parole di Trump sulla fine della guerra per aprire prospettive luminose di cooperazione: se le leggi e le misure punitive restano in piedi, la cooperazione è una promessa senza garanzie.
Sul terreno, l’ostacolo principale resta la geografia. Kiev non accetta le cessioni territoriali richieste da Mosca in cinque regioni e rifiuta di ritirare le proprie truppe dalle parti ancora controllate nelle regioni di Donetsk (circa il 15 per cento), Zaporizhia (circa il 20 per cento) e Kherson (circa il 24 per cento). La Russia controlla circa un quinto dell’Ucraina, la Crimea e integralmente l’area di Luhansk. Avanza in due delle tre regioni contese, mentre a Kherson il fronte è “congelato” dal fiume Dnepr che separa gli eserciti. Nel frattempo, Mosca guadagna terreno anche nelle regioni di Sumy e Kharkiv lungo il confine, con l’obiettivo di costruire una fascia di sicurezza a protezione delle aree russe di frontiera, e guarda a Dnipropetrovsk per creare profondità difensiva rispetto al confine con Donetsk.
La dinamica operativa descritta è quella di un’avanzata a bassa intensità ma continua: i russi conquistano in media tra 8 e 12 centri abitati a settimana e spingono su tutti i fronti, incluso quello di Kupyansk, nella regione di Kharkiv, dove gli ucraini rischiano nuovi accerchiamenti in alcune aree a est del fiume Oskil. Riprende anche la campagna notturna con droni e missili contro infrastrutture energetiche, industriali e ferroviarie. Zelensky denuncia che nella prima settimana di febbraio la Russia avrebbe impiegato oltre 2.000 droni, 1.200 bombe guidate e 116 missili. In questo quadro si capisce perché Putin, il 27 dicembre, avesse detto di trovare sempre meno utili i negoziati: se i territori oggetto di trattativa vengono conquistati con le armi, la trattativa perde valore e cresce il rischio che Mosca allarghi le proprie pretese, fino a Odessa e ad altre regioni del sud e dell’est, la cosiddetta Nuova Russia.
Kiev, come spesso accade, minimizza i successi russi e ingigantisce le perdite del nemico. Il comandante ucraino Oleksandr Syrsky parla di 1.000-1.100 caduti russi al giorno e sostiene che il contingente russo in Ucraina sia rimasto stabile attorno a 711-712 mila uomini negli ultimi sei mesi. Poiché Mosca recluterebbe circa 400 mila militari a contratto l’anno, Syrsky conclude che le perdite supererebbero le capacità di rimpiazzo. Ma questa lettura è fragile: i contratti possono essere rinnovati, esiste un normale avvicendamento dopo un anno e non tutto il personale a contratto è necessariamente impiegato in Ucraina. Inoltre, anche la NATO riconosce che la Russia raggiunge, e talvolta supera, gli obiettivi di reclutamento: segno che Mosca considera sufficiente un dispositivo di 700-750 mila uomini per sostenere un’offensiva costante contro un avversario che perde uomini, armi e munizioni, soffre diserzioni e ricorre sempre più a personale poco addestrato o reclutato con metodi coercitivi. Circola anche una voce, attribuita a un canale ucraino su Telegram, secondo cui oltre 100.000 soldati ucraini morti dal 2024 sarebbero stati registrati come disertori per nascondere le perdite ed evitare indennizzi: affermazione grave, tutta da verificare, ma indicativa del clima.
Oltre ai territori, due questioni bloccano ogni accordo: Kiev non accetta la neutralità, quindi non vuole restare fuori dall’Alleanza Atlantica, e non intende rinunciare all’ipotesi di ospitare truppe di paesi NATO, come contingenti anglo-francesi, dopo un eventuale accordo. Così l’intesa resta impossibile, eppure Zelensky sostiene che gli Stati Uniti vogliono chiudere entro giugno. Delegazioni russa e ucraina dovrebbero andare negli Stati Uniti nei prossimi giorni, forse a Miami, ma non si intravedono elementi capaci di rompere lo stallo.
La fretta americana, nella lettura proposta, nasce da un obiettivo più ampio: riaprire in tempi rapidi relazioni economiche e politiche intense con la Russia, lasciando ai margini l’Europa con il fardello della crisi energetica ed economica e della ricostruzione ucraina. Il segnale sarebbe anche politico: partecipazione ridotta ai grandi appuntamenti europei, assenze pesanti di figure di primo piano e attenzione concentrata su interlocutori come Orban e Fico, sgraditi a Bruxelles ma considerati utili da Washington. Sullo sfondo resta la questione artica e la Groenlandia: minacce sbandierate su Russia e Cina, ma usate come pretesto per un’agenda americana che interessa più risorse e posizioni che solidarietà alleata. Gli alleati europei, intanto, cercano di “mostrare” di fare di più, ma la sensazione è che a Washington conti soprattutto una cosa: che l’Europa compri armi e energia statunitensi.
Nel continente cresce la tentazione di riaprire un canale con Putin, anche per il peso economico della guerra. Il Cremlino conferma contatti con Parigi e si parla di un lavoro preparatorio compiuto a inizio febbraio da un consigliere dell’Eliseo. Macron dice che il dialogo va organizzato bene, con gli europei ma con pochi interlocutori, e sostiene che i primi contatti tecnici indichino che Mosca, per ora, “non vuole la pace”. In Italia, invece, prevale l’idea che debba parlare l’Unione in quanto tale: Antonio Tajani insiste che iniziative nazionali indeboliscono la posizione europea, soprattutto quando si tratterà di decidere come e quando revocare sanzioni varate a livello comunitario. Il paradosso è evidente: l’Unione rivendica centralità, ma non ha un volto e un mandato credibili per sedersi davvero con Putin; e l’Italia rischia di rinunciare ancora una volta al ruolo di ponte, lasciando ad altri, ieri la Turchia e oggi la Francia, lo spazio per guidare o almeno orientare i passaggi decisivi.
Zelensky parla di un possibile “pacchetto” di cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia del valore di 12.000 miliardi di dollari e teme che dentro quei documenti possano esserci anche elementi riguardanti l’Ucraina. Da qui la frase che suona come un avvertimento: Kiev non sosterrà accordi che la riguardano senza essere consultata. È il timore classico dei paesi che combattono una guerra sostenuta dall’esterno: che la loro sopravvivenza strategica diventi una moneta di scambio in un riavvicinamento tra grandi potenze.
Se le parole di Lavrov segnano davvero una battuta d’arresto nel disgelo tra Mosca e Washington lo dirà il tempo. Ma il quadro, oggi, è questo: gli Stati Uniti vogliono chiudere in fretta per liberarsi dal dossier e riaprire canali economici; la Russia valuta se fidarsi, ma vede sanzioni, pressione energetica sui partner e ostilità in mare; l’Ucraina non accetta neutralità né concessioni territoriali; l’Europa resta sospesa tra unità proclamata e irrilevanza operativa. E mentre tutti parlano di pace, la macchina della guerra continua a girare.