di Giuseppe Gagliano –
L’Unione Europea ha deciso di sospendere la ratifica dell’accordo tariffario con gli Stati Uniti dopo che una sentenza della Corte Suprema americana ha rimesso in discussione il sistema dei dazi introdotto durante la presidenza di Donald Trump. Questa decisione non è solo un passaggio tecnico, ma mette in evidenza una fragilità politica più ampia: l’Europa si trova ancora una volta a dover adattarsi a cambiamenti unilaterali della politica commerciale statunitense.
L’intesa raggiunta nel 2025 prevedeva l’applicazione di un dazio del 15% su gran parte delle esportazioni europee verso il mercato americano, in cambio della riduzione di molte tariffe europee sui prodotti provenienti dagli Stati Uniti. L’obiettivo era evitare una vera e propria guerra commerciale. Tuttavia nuove iniziative di Washington, basate su strumenti legali diversi, rischiano di sommarsi ai dazi già esistenti e di aumentare il carico tariffario oltre la soglia prevista dall’accordo, modificandone di fatto l’equilibrio politico ed economico.
In questo contesto l’Italia ha assunto una posizione prudente. Il ministro Antonio Tajani ha sottolineato la necessità di evitare uno scontro commerciale e di proteggere l’export, ricordando che circa il 40% del PIL italiano dipende dalle esportazioni. Per questo Roma punta soprattutto a mantenere stabile il rapporto con gli Stati Uniti e a gestire l’asimmetria esistente tra le due sponde dell’Atlantico.
La Germania invece ha utilizzato toni più decisi. Il cancelliere Friedrich Merz ha definito l’incertezza sui dazi un forte elemento di instabilità per entrambe le economie e ha annunciato l’intenzione di portare a Washington una posizione europea più coordinata. Questa differenza di approccio riflette ruoli diversi: Berlino cerca di guidare il negoziato europeo, mentre l’Italia preferisce un atteggiamento più cauto per non compromettere altri rapporti politici con la Casa Bianca.
Il nodo principale non riguarda soltanto l’aumento delle tariffe, ma il fatto che il commercio venga sempre più utilizzato come strumento di pressione geopolitica. Se l’accesso al mercato statunitense dipende da decisioni unilaterali e mutevoli, il rapporto transatlantico rischia di trasformarsi da garanzia di stabilità a leva di condizionamento politico. In questo scenario emerge il limite principale dell’Europa: non la mancanza di forza economica o di mercato, ma la difficoltà di esercitare una vera potenza politica sulla scena internazionale.












