di Guido Keller –
Nella notte l’Unione Europea e la Turchia hanno raggiunto l’accordo in tema di flussi migratori o, per farla breve, per tentare di bloccare nel territorio di Ankara quei “milioni – come ha indicato il presidente dell’Europarlamento Donald Tusk – che potrebbero mettersi in cammino in primavera”.
In base a quanto stabilito le autorità turche vigileranno sulle coste per impedire che i migranti si imbarchino, li identificheranno, accetteranno le riammissioni e daranno il via ad una seria lotta agli scafisti e ai trafficanti, mentre l’Unione Europea concederà la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi diretti nel Vecchio continente e darà ad Ankara circa tre miliardi di euro (la cifra verrà stabilita nei prossimi giorni) da impiegare nell’emergenza profughi.
Soddisfatto Donald Tusk, che ha parlato di “un importante passo avanti”, pur osservando che “un accordo con la Turchia ha senso solo se effettivamente riesce a contenere il flusso di rifugiati”.
La questione dei migranti rappresenta un elemento di leva per il premier turco Recep Tayyp Erdogan, poichè già oggi la Turchia ospita qualcosa come due milioni di migranti, molti dei quali pronti a prendere la prima imbarcazione disponibile per le coste greche. Così la parte turca ha strappato qualcosa di più dei soldi e della liberalizzazione dei visti per i propri cittadini: già a cena è stato ribadito in modo collettivo che Bashar al-Assad, di cui la Turchia è nemico giurato, se ne deve andare; in proposito è stata stabilita un’offensiva diplomatica europea che però coinvolga le parti rilevanti, compreso la Russia e il governo di Damasco. Poi si è parlato dell’inserimento della Turchia nella lista dei “paesi sicuri” ed é stata chiesta l’apertura di sei capitoli del lungo negoziato per l’adesione del paese mediorientale all’Unione Europea.
Permane invece tra i Ventotto la netta spaccatura sul meccanismo di resistribuzione dei profughi, con le posizioni in antitesi di Germania, Svezia e Italia da una parte, e Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia dall’altra.
Vi è stata amarezza da parte italiana per le parole del presidente dell’Europarlamento Tusk, il quale era intervenuto in aula ricordando l’importanza del rispetto delle regole da parte di tutti ed aveva paragonato la gestione dei migranti da parte dell’Italia a quella esercitata dall’Ungheria: il premier Matteo Renzi ha affermato di credere “che le frasi che Tusk ha utilizzato in Parlamento europeo non fossero le frasi più idonee, non tanto verso il governo italiano ma verso il popolo italiano”.

