di C. Alessandro Mauceri –
Un paio d’anni fa la Commissione Europea pubblicò un documento (il rapporto Eurydice) dal titolo “Competenze chiave a scuola in Europa: sfide ed opportunità delle politiche educative”. L’obiettivo di questa misura era riportato nei primi righi della prefazione: “Adattare meglio i sistemi di istruzione e formazione europei ai bisogni della nostra economia e della società moderna è al centro del dibattito sulla politica educativa a livello nazionale ed europeo. Nello sforzo di superare gli effetti della crisi economica e finanziaria, si è riaffermata l’importanza delle competenze per la crescita e la prosperità”.
Il documento era un palese invito, rivolto a tutti i governi europei, a migliorare alcuni ambiti e determinate materie dato che, secondo i ricercatori, una “formazione all’imprenditorialità può aiutare gli studenti a conoscere il mercato del lavoro e la vita economica locale, e a impegnarsi per una migliore collaborazione tra il sistema educativo e la vita professionale”. Veniva proposto lo “sviluppo di e-skills insieme alle TIC nelle scuole”. Immediatamente i governi dei vari Paesi europei si diedero da fare per recepire le indicazioni contenute nello studio e per migliorare i precorsi educativi.
A distanza di quasi due anni, i primi risultati delle politiche imposte dall’Ue sono emersi evidenti. Secondo i risultati di una ricerca commissionata dalla Duracell, oggi, in Italia, un bambino su quattro è quasi dipendente da tablet o smartphone. “Quasi un bambino su quattro (22,7%) in Italia passa circa 3 ore e mezza del suo tempo davanti a uno schermo, sia esso del pc, di un tablet o di uno smartphone, a fronte di una media rilevata negli altri Paesi (Inghilterra, Francia, Germania e Russia) del 9,3%”.
Peccato che il ricorso a questi strumenti informatici non sia stato utilizzato per apprendere più facilmente, ma solo per giocare. “L’87% degli intervistati (quasi 9 su 10), ammette di giocare sempre più sui dispositivi dotati di video a discapito di altre attività più tradizionali”. I risultati della ricerca sono stati confermati da Censuswide.
E l‘apprendimento nelle scuole? Nonostante la diffusione dell’uso dei tablet nelle scuole e i numerosi cambiamenti dei programmi didattici, le conoscenze degli allievi non sono affatto migliorate. A dirlo è un rapporto presentato dalla stessa Commissione Europea. Agli ultimi posti la Romania, la Bulgaria e la Slovacchia, ma anche l’Italia non pare stare meglio, in quanto è tra gli ultimi Paesi per qualità ed efficacia di insegnamento a tutti i livelli). Il Bel Paese è sotto la media Ue per efficacia di insegnamento, percentuale di laureati e per numero di occupati dopo la laurea, ma anche per l’utilizzo di nuove tecnologie. Per contro, ma non che questo sia positivo, anzi, sono sopra la media comunitaria il numero di abbandoni scolastici e le scarse competenze ”alfabetiche e numeriche” degli adulti.
Anche il numero di allievi che riescono a conseguire una laurea in Europa è basso: solo il al 38% arriva a completare gli studi universitari (in Italia sono solo il 22,4%). E, anche quando ciò avviene, spesso non è sufficiente a consentire ai giovani di trovare un’occupazione: la media europea di chi consegue una laurea e trova un lavoro connesso con il percorso di studi effettuato è del 71% (solo il 49% in Italia, dato migliore solo di quello della Grecia).
Dati preoccupanti quelli del Bel Paese (il 17% degli studenti tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi senza aver conseguito un titolo di studio), tanto che nel giugno scorso la Commissione Europea aveva inviato le “Raccomandazioni del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2014 dell’Italia”. Nel documento si legge che “è necessario compiere sforzi per migliorare la qualità dell’insegnamento e la dotazione di capitale umano a tutti i livelli di istruzione: primario, secondario e terziario”, (raccomandazione numero 14 del lungo elenco di riforme consigliate all’Italia per uscire dalla crisi). Ma non basta. L’invito ai paesi dell’Ue ad utilizzare nuove tecnologie per il proprio insegnamento si scontra con un dato preoccupante: spesso la causa di ciò deriva dai pochi investimenti fatti dai governi per migliorare la situazione delle scuole e dalla scarsa professionalità dei docenti. Secondo il rapporto, il 31% degli insegnanti, infatti, sarebbe “non abbastanza qualificato” (in Italia la percentuale è più alta: del 38%).
E la situazione peggiora ancora quando si analizza il livello di conoscenze specialistiche. Come nel caso dell’economia e della finanza, che pure erano stati ritenuti primari dal Rapporto Eurydice. Stando ai risultati di uno studio sull’alfabetizzazione finanziaria, condotto dall’Ocse (indagine “Pisa”), le conoscenze della materia dei giovani in età scolastica sono insufficienti. Anzi in alcuni casi preoccupanti: basti pensare che su 29mila studenti in 18 Paesi, l’Italia si è piazzata in penultima posizione, seguita soltanto dalla Colombia. In generale, soltanto il 10% degli studenti ha le competenze per capire di cosa si parla quando si analizzano prodotti finanziari. Il 15% invece non raggiunge nemmeno un livello base di competenze (ma in Italia questa percentuale è superiore al 21%). Solo di rado gli allievi sono in grado di prendere semplici decisioni di spesa quotidiana, riconoscere documenti di tutti i giorni come una fattura, ma non sanno interpretarla.
Studi analoghi condotti da Annamaria Lusardi, della George Washington School of Business, e da Olivia Mitchell, dell’Università della Pennsylvania, hanno confermato che i costi di questa sorta di analfabetismo finanziario dilagante potrebbero essere sono elevati. Secondo le loro analisi, le persone con basse competenze in tema finanziario tendono a indebitarsi di più e ad accumulare meno risorse. Molti spendono troppo, fanno ricorso ad anticipi di contante ed è meno probabile che conoscano i termini dei loro mutui e di altri prestiti. Secondo Miksa, “se dura tutta la vita, tale comportamento può portare a gravi difficoltà economiche. Considerando lo sviluppo demografico e il fatto che le responsabilità delle scelte finanziarie, ad esempio in tema di accantonamenti previdenziali, sono trasferite sempre più sulle singole persone, è fondamentale che la preparazione su questi temi sia adeguata. Tutti sappiamo che non sempre prendiamo le decisioni buone e giuste ma è soprattutto importante dare alle persone gli strumenti necessari per prendere delle decisioni finanziarie consapevoli”.
Forse, considerando il periodo di crisi economica che sta attraversando la maggior parte dei paesi europei, sarebbe stato meglio concentrare gli sforzi su altre misure e rendere i percorsi educativi più funzionali invece che portare gli alunni a studiare sui tablet e non sui libri.

