di Guido Keller –
Non poteva iniziare in modo peggiore la presidenza di Jean-Claude Juncker della Commissione europea: in neanche una settimana l’ex premier lussemburghese si è dovuto scontrare con tensioni un po’ ovunque, compresi gli scioperi anti-austerità in Belgio e gli screzi, ora riassorbiti, con il premier italiano Matteo Renzi.
Una nuova tegola si è tuttavia abbattuta sulla testa di Juncker. Centinaia di aziende e società europee (anche italiane) sono infatti risultate essere ospitate nel Granducato del Lussemburgo, dove, in barba all’Unione Europea, godono tutt’oggi di accordi segreti e di agevolazioni nella tassazione, addirittura di solo l’1% sui guadagni.
A far scoppiare il bubbone sono stati contemporaneamente diversi media (per l’Italia l’Espresso) dopo mesi di indagini, i quali hanno denunciato un malcostume che era in vigore anche durante i 19 anni di premierato di Juncker.
Il ministro delle Finanze del Lussemburgo, Pierre Gramegna, ha ricordato che le regole esistenti in Lussemburgo rendono le attività rivelate oggi “perfettamente legali”, ma ha poi ammesso che tali pratiche non sono più considerate “eticamente compatibili” e che Lussemburgo “non è soddisfatto di questa situazione”.
In diversi hanno già chiesto oggi le dimissioni di Juncker, mentre il ministro italiano dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha affermato che quanto sta venendo alla luce non mette a rischio la credibilità del presidente della Commissione e che anzi, è “il risultato di un clima di maggiore trasparenza, dimostrato anche dalla decisione adottata recentemente sullo scambio automatico delle informazioni”.

