di C. Alessandro Mauceri –
Non si placa il tifone scatenato dallo scandalo legato alla vendita di auto prodotte dalla Volkswagen. Scandalo che non è limitato alle auto vendute negli Usa: la Volkswagen (e la Germania) ha confermato che il dispositivo per falsare i controlli sulle emissioni si trova non soltanto sulle vetture vendute sul mercato americano, ma anche in diversi modelli messi in vendita sul mercato europeo. Per questo motivo l’Ufficio federale delle strade svizzero (USTRA), l’agenzia che si occupa di trasporto privato, ha deciso di sospendere la vendita in Svizzera di alcuni modelli di automobili prodotti dalla Volkswagen includendo anche i marchi del gruppo come Audi, Seat e Skoda. Thomas Rohrbach, portavoce dell’USTRA, ha riferito che il provvedimento riguarderà circa 180mila automobili non ancora vendute.
Un problema che avrà ripercussioni economiche non indifferenti non soltanto negli Usa e in Svizzera ma su quasi tutti i mercati mondiali. In Europa dovrebbero essere interessate le automobili che montano motori diesel da 1,6 e da 2 litri. E in Italia anche il ministro Padoan ha manifestato serie preoccupazioni circa le conseguenze che potrebbero derivare dal blocco delle vendite: una lettera inviata dalla Volkswagen a tutti i concessionari Volkswagen, Audi, Seat, Skoda e Veicoli commerciali chiede di sospendere “la vendita di tutte le vetture Euro 5, come misura precauzionale in attesa di ricevere ulteriori chiarimenti e dettagli”. Non dice, però, in che modo la casa tedesca ripagherà le concessionarie del danno economico prodotto da questo blocco delle vendite.
Ma le conseguenze per l’Unione Europea potrebbero non essere solo di natura economica, ma anche politica: da quanto è emerso in documento citato dal Financial Times, la Commissione europea conosceva già da anni che c’era il rischio concreto che i dati rilevati durante i test sulle emissioni fossero manipolati da parte delle case automobilistiche. Un rapporto del Joint Research Centre già nel 2013 parlava di rischi legati al “defeat device” ovvero di “dispositivi di manipolazione che possono attivare, modulare, ritardare o disattivare i sistemi di controllo delle emissioni”. In altre parole, quello che solo poche settimane fa si è scoperto che facevano le centraline elettroniche montate sulle vetture tedesche. E, sempre nel 2013, i tecnici che hanno sottoscritto il report, avevano invitato le autorità a far sì che i test per l’omologazione delle vetture in base ai gas di scarico venissero effettuati su strada e non in laboratorio (rendendo le verifiche più efficaci contro strategie di manomissione da parte di componenti elettroniche “intelligenti”). Un consiglio che non è mai stato ascoltato dalle autorità competenti.
Immediata la risposta di Bruxelles: in seguito alle accuse del Financial Times, Lucia Caudet, portavoce della Commissione, ha ribadito che la “Commissione non fa le veci della polizia” e che sono “gli Stati membri” ad avere “l’obbligo di rispettare la legislazione della Ue, tra cui il divieto esplicito sui dispositivi della frode”.
Poteri limitati, quindi, quelli della Commissione Europea, che però si sono dimostrati ben più forti quando si è trattato di imporre le decisioni di Bruxelles ai cittadini o alle piccole imprese. Salvo, poi, tornare ad essere “limitati” quando si è trattato di andare a toccare gli interessi delle grandi multinazionali (specie considerando che le conseguenze avrebbero finito per gravare sui paesi più forti dell’Unione, tra cui Germania, Francia e Gran Bretagna tra i maggiori produttori di auto in Europa). L’ennesima dimostrazione di un’Unione Europea debole con i forti e forte con i deboli.
Nessuno finora ha parlato delle conseguenze (e delle responsabilità) che comporta la violazione dei regolamenti: sull’ambiente (per decenni vetture considerate “verdi” hanno continuato a riversare gas di scarico in misura decine e decine di volte superiore al previsto) e soprattutto sulla salute delle persone.

