di Giuseppe Gagliano –
La recente sparatoria tra i soldati ugandesi e le forze del Sud Sudan nella contea di Kajo Keji, che ha provocato sei morti, è solo l’ultimo episodio di una tensione cronica e strutturale. I confini tra i due Paesi restano vaghi, spesso tracciati sulla carta ma ignorati nella realtà delle comunità locali. Gli eserciti si muovono a ridosso delle linee di demarcazione, e bastano pochi metri per innescare scontri a fuoco. Ma questa instabilità è più di una semplice questione di confine: è la spia di un’instabilità sistemica che riflette fragilità interne e rivalità geopolitiche incrociate.
L’Uganda ha storicamente sostenuto il Sud Sudan, fornendo armi, addestramento e truppe a favore del presidente Salva Kiir durante la guerra d’indipendenza dal Sudan e poi nella successiva guerra civile contro il suo vice Riek Machar. Kampala ha agito non solo per affinità politica, ma anche per interessi strategici: mantenere un alleato a sud, frenare le infiltrazioni destabilizzanti e garantire accesso alle risorse. Tuttavia, negli ultimi anni questa alleanza si è logorata. I continui fallimenti nel processo di pace, la corruzione dilagante a Juba e la crescente instabilità hanno reso il Sud Sudan più un fardello che un alleato affidabile.
Dietro gli scontri armati al confine si intravede il ritorno dello spettro della guerra civile. A marzo, Kampala ha inviato forze speciali per rafforzare la sicurezza a Juba dopo che Salva Kiir aveva messo agli arresti domiciliari Riek Machar, annullando di fatto l’accordo di condivisione del potere siglato nel 2018. Una decisione che ha innescato la reazione delle milizie Nuer fedeli a Machar, soprattutto nel nord-est del Paese. Secondo alcune fonti, l’esercito ugandese avrebbe utilizzato armi non convenzionali, come bombe a barile con liquidi infiammabili, contro civili e miliziani Nuer. Un’accusa smentita da Kampala ma che alimenta il sospetto che l’Uganda stia intervenendo con mezzi sempre più aggressivi per tutelare i propri interessi.
La presenza dell’esercito sudsudanese in territorio ugandese, come denunciato da Kampala, è un segnale preoccupante. O è il sintomo di un comando militare indisciplinato, o è il segnale di un’azione deliberata. In entrambi i casi, la legittimità dello Stato sudsudanese ne esce indebolita. Le forze armate appaiono divise, politicizzate e spesso fedeli più ai comandanti locali che al governo centrale. La mancanza di una chiara autorità rischia di trasformare il Sud Sudan in un mosaico di feudi militari, ciascuno con una propria agenda.
L’annuncio della riattivazione del comitato congiunto per la demarcazione dei confini lascia spazio a un cauto ottimismo. Ma la realtà sul campo parla di una cooperazione limitata, rallentata da interessi divergenti. La scadenza del 2027 per una soluzione definitiva appare più una dilazione che un obiettivo concreto. Intanto, ogni incidente rischia di trasformarsi in una crisi internazionale. E se l’Uganda decidesse di intervenire direttamente per difendere i propri confini o le proprie truppe, il fragile equilibrio verrebbe spazzato via.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la dimensione geoeconomica. Il Sud Sudan, pur con tutte le sue fragilità, resta uno snodo energetico potenziale e un corridoio strategico tra il Corno d’Africa e l’area dei Grandi Laghi. Chi controlla le sue rotte controlla il transito di risorse, flussi migratori e traffici illeciti. Non a caso, Paesi come l’Egitto, l’Etiopia e persino la Cina seguono con attenzione gli sviluppi sudsudanesi, consci che un eventuale collasso potrebbe avere ripercussioni regionali.
L’Africa orientale continua a essere un teatro di crisi a bassa intensità ma ad alta instabilità. Lo scontro tra Uganda e Sud Sudan ricorda che anche tra “alleati” possono nascere guerre, soprattutto quando la fragilità statale si combina con interessi divergenti. In questo contesto, il rischio non è solo il riaccendersi di un conflitto interno, ma la sua estensione a livello regionale, in un’area già afflitta da tensioni etniche, rivalità storiche e conflitti non risolti. Il mondo guarda altrove, ma il tempo stringe.

