di Enrico Oliari –
Non è l’effetto domino paventato da Jean-Claude Juncker, ma certo è che l’energia sprigionata dal referendum sulla Brexit piace ed entusiasma i leader delle destre nazionaliste europee, quelli, per intenderci, che prendono l’Europa à la carte.
E il caso del premier ungherese Viktor Orban, al quale piacciono i contribuenti europei che ha fatto le infrastrutture nel suo paese dopo la caduta del comunismo, rimesso in piedi il sistema economico, rifatto partire le imprese e il sistema pivato, ma non piacciono quegli stessi europei che oggi chiedono all’Ungheria di ripartire in quote l’onere dei profughi e quindi di dimostrare solidarietà verso chi soffre ma anche verso gli altri paesi della Casa comune.
Orban, che però si guarda bene dal proporre una “Ungherexit”, ha voluto un referendum il cui quesito dice tutto: “Volete che l’Unione europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?”.
La vittoria del “no” è scontata, sia per la forte popolarità del premier che per lo shock provocato l’estate scorsa dalle lunghe colonne di migranti che dal Medio Oriente sono risaliti lungo i Balcani ed entrati in Ungheria; al presidente ungherese Janos Ader non è restato altro da fare che indire una data per la consultazione referendaria, cioè il 2 ottobre, giorno in cui si ripeteranno anche le presidenziali austriache.
Nel gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) la musica non cambia: tutti paesi reduci del comunismo, tutti uniti contro la ripartizione in quote e la troppo “invadenza” di Bruxelles. Nazioni rifatte ex novo con i soldi anche degli italiani e dei greci, cioè di quelli a cui oggi gli ungheresi si accingono a voltare le spalle.
Tuttavia se Orban ha fatto il duro ed ha chiuso le frontiere con i reticolati, ha anche dimostrato di avere la memoria assai corta: nel 1956 in 200mila profughi ungheresi lasciarono il paese attraversando il confine austriaco, lasciato aperto da Vienna. La ripartizione in quote (non esisteva ancora l’Ue) ne fece arrivare 5mila in Italia, assistiti dalla Croce Rossa. Si era trattato di una sollevazione armata contro l’occupazione sovietica, durata dal 23 ottobre al 10 novembre e causò la morte di 2.700 ungheresi e l’esodo di 200mila persone.
Proprio oggi, senza aspettare il referendum, Budapest ha oggi fatto un altro passo avanti per tenere fuori dai confini profughi e migranti: il consigliere per la Sicurezza interna del premier, Gyoergy Bakondi, ha fatto sapere che Fidesz (il partito di Orban) ha già approvato l’espulsione immediata di ogni migrante illegale che entri in Ungheria, ovvero che sarà subito portato ai confini di Serbia e Croazia, cioè senza che l’espulsione venga preceduta da un esame di eventuali richieste d’asilo.
Sarà ora da vedere la reazione di Bruxelles, dove siede uno Juncker ancora incandescente per la Brexit e tutt’altro che disponibile ad un’Unione Europea dove ognuno fa come gli pare: a maggio, tra lo sconcerto proprio dei paesi Visegrad, è saltata fuori dalla Commissione al proposta di far pagare ai paesi che rifiuteranno la ripartizione dei profughi una sorta di multa, che potrebbe essere salata. L’iniziativa, che ancora non è passata dal Consiglio e dal Parlamento europeo, rientra nel quadro della riforma degli accordi di Dublino e prevede che per ogni richiedente asilo che i paesi si rifiuteranno di accogliere non rispettando la propria quota, la somma da pagare sarà di 250mila euro.
Alla notizia il ministro degli Esteri di Praga Lubomir Zaoralek aveva affermato che la decisione presa da Bruxelles “è una brutta sorpresa”, il ministro dell’Interno polacco Witold Waszczykowski si era chiesto se “è una proposta seria”, mentre il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto aveva parlato di “ricatto inaccettabile”.

