di Enrico Oliari –
Non sono ancora finite le polemiche per l’uccisione dell’ennesimo afroamericano disarmato ad opera di un poliziotto bianco il 19 luglio a Cincinnati, che già gli statunitensi si ritrovano davanti ad un caso del tutto simile: un agente, Brad Miller, è intervenuto per un sospetto tentativo di furto di un automobile ad Arlington, in Texas, dove il 19enne Christian Taylor ha sfondato con il suo suv una recinzione. Ne è seguito un alterco, per cui Miller ha estratto la pistola ed ha sparato al giovane, disarmato, uccidendolo all’istante. Taylor era giocatore di una squadra universitaria di football.
Miller, che ha 49 anni, era appena entrato in polizia ed era ancora sotto la supervisione, non indossava la “body-cam”, preso obbligatoria, in quanto il programma non è stato ancora esteso allo stato del Texas.
Il 19 luglio il 25enne poliziotto bianco Ray Tensing ha ucciso a seguito di una collutazione il 43enne afroamericano Samuel Dubose sparandogli un colpo alla testa: era stato fermato perché mancava la targa anteriore del veicolo; ha lasciato due figli piccoli.
E’ tuttavia di un anno fa, per la precisione del 9 agosto 2014, l’episodio che ha suscitato polemiche e proteste anche violente in molte città degli Usa (Il Cairo aveva riferito di “seguire con attenzione la situazione dei diritti civili negli Usa” e la Corea del Nord aveva parlato di “tundra dei diritti umani”), quando a Ferguson (Missouri) a morire era stato il 18enne Michael Brown, disarmato ed ucciso dall’agente Darren Wilson; ma vi furono stati anche i casi di Eric Garner a New York, di Freddie Gray a Baltimora, di Vonderrit Myers Jr. a Saint Louis, del 17enne Traivon Martin a Miami.
Tali omicidi hanno riacceso negli Usa il dibattito sulla discriminazione razziale.

