di Giuseppe Gagliano –

Donald Trump rilancia la guerra commerciale con una mossa che sa di déjà-vu, ma che oggi si carica di nuovi significati. I dazi del 25% sulle auto importate non sono solo un colpo alla concorrenza straniera: sono un messaggio chiaro, quasi urlato, agli elettori americani. E al tempo stesso un campanello d’allarme per un’economia globale che si illudeva di aver superato le follie protezioniste degli anni passati.

La giustificazione, come nel 2018 per acciaio e alluminio, arriva dalla famosa Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962: la sicurezza nazionale. Un concetto elastico, modellabile, che permette di far passare sotto l’etichetta della difesa militare le necessità economiche del momento. Secondo il Dipartimento del Commercio, troppe auto straniere minacciano la capacità industriale americana, e dunque anche la possibilità di produrre tecnologie utili per la difesa. Ma al di là del tecnicismo legale, la mossa di Trump si inserisce in una cornice ben più ampia.

Innanzitutto c’è la tempistica. Siamo in piena campagna elettorale. E il presidente sa benissimo che negli Stati Uniti, specie nel Midwest e nei cosiddetti “swing states”, l’industria dell’auto resta una questione identitaria. Parlare di concorrenza sleale, di fabbriche delocalizzate, di posti di lavoro persi per colpa del Messico, della Corea del Sud o dell’Unione Europea è un modo semplice – e spesso efficace – per riscaldare gli animi. La narrativa è già scritta: il buon americano danneggiato dalle multinazionali, salvato da un presidente che non ha paura di “fare guerra” a chi approfitta degli USA.

Ma non è solo propaganda. Sullo sfondo si intravede un’America che fatica a tenere il passo con le transizioni tecnologiche. La sfida dell’elettrico, il ritardo accumulato su software e batterie, la dipendenza da fornitori asiatici: tutto questo rende la base industriale americana vulnerabile. E allora ecco il dazio, che non è solo un muro contro le auto straniere, ma un tentativo – forse disperato – di comprare tempo. Tempo per riorganizzare, per investire, per non perdere il treno del futuro.

Il rischio? Che questa mossa si trasformi in un boomerang. I partner commerciali non staranno a guardare. L’Europa potrebbe rispondere con contromisure su prodotti agricoli o tecnologici. Il Giappone e la Corea del Sud potrebbero irrigidirsi su altri fronti negoziali. E, soprattutto, le grandi case automobilistiche americane, che ormai producono e vendono in tutto il mondo, rischiano di trovarsi vittime di una guerra di cui non hanno chiesto l’inizio.

Così, mentre Wall Street osserva con cautela e le diplomazie si muovono sottotraccia, Donald Trump riapre un fronte che sembrava archiviato. Non è solo una questione di auto o di dazi. È un’altra tappa del braccio di ferro tra una superpotenza in affanno e un mondo che cambia troppo in fretta per fermarsi a negoziare.