di Giuseppe Gagliano

Il procuratore generale di Washington, Brian Schwalb, ha intentato una causa contro l’amministrazione Trump per bloccare il dispiegamento di 2.300 soldati della Guardia nazionale nella capitale. L’accusa è netta: un’“occupazione militare involontaria” che violerebbe il principio costituzionale secondo cui l’esercito non deve essere impiegato nel controllo dell’ordine pubblico interno. A sostegno della sua tesi, Schwalb ha citato l’Home Rule Act del 1973, che tutela l’autonomia del Distretto di Columbia, e il divieto federale di usare i militari per la legge locale.

L’operazione, avviata l’11 agosto, si basa sulla dichiarazione di “emergenza criminalità” firmata da Trump. Da allora le forze sono state poste sotto comando del Pentagono e autorizzate a operare dalla più antica agenzia federale di polizia, i Marshal. La Casa Bianca sostiene che in poche settimane siano state arrestate oltre 1.800 persone e sequestrate quasi 200 armi. Ma i funzionari locali parlano di violazione della propria sovranità e denunciano che le truppe si occupano persino di rastrellare foglie, sgomberare accampamenti e svolgere compiti impropri.

Il dispiegamento può durare solo 30 giorni, a meno che il Congresso non lo proroghi. A complicare il quadro è intervenuta una sentenza di un giudice federale in California, che due giorni prima aveva dichiarato illegale una simile iniziativa a Los Angeles. Tuttavia, a Washington il presidente ha un margine più ampio di manovra, perché il Distretto non è uno Stato federato. Resta comunque il problema politico: la seconda causa aperta da Schwalb dimostra che l’equilibrio tra potere federale e autonomia locale è ormai incrinato.

Il ricorso alle forze armate per fini di ordine pubblico mette in discussione un tabù americano. La Guardia nazionale è pensata come strumento di emergenza, non come polizia di quartiere. Usarla in questo modo comporta rischi: soldati privi di addestramento specifico per la sicurezza urbana, possibilità di abusi, e soprattutto il segnale politico che la Casa Bianca è pronta a militarizzare il dissenso, colpendo in particolare le città governate dai democratici.

Gli effetti non sono solo giuridici. Ristorazione, ospitalità e commercio locale denunciano cali di entrate dovuti alla percezione di vivere in una città militarizzata. I residenti parlano di erosione della fiducia con la polizia e di aumento delle tensioni. È un cortocircuito: si invocano i militari per garantire sicurezza, ma la loro presenza riduce la fiducia, alimenta proteste e rischia di danneggiare la coesione sociale.

La vicenda assume un valore simbolico: negli Stati Uniti del secondo mandato Trump, la sicurezza diventa leva politica per riaffermare l’autorità presidenziale sulle città democratiche. È un braccio di ferro che va oltre Washington: Trump minaccia Chicago, Baltimora, New Orleans. La Casa Bianca parla di contrasto alla criminalità, ma i leader locali rispondono di “tirannia”. Il governatore della California Gavin Newsom ricorda che un dispiegamento simile è già costato 100 milioni di dollari, senza risultati proporzionati.

La controversia non riguarda solo l’interpretazione delle leggi, ma il rapporto tra federazione e autonomie locali, tra sicurezza e libertà civile. La scelta di Trump di usare la Guardia nazionale per compiti di ordine pubblico interno segna un passaggio pericoloso: rischia di trasformare il confine tra difesa e repressione in un territorio grigio, dove la sicurezza diventa arma politica e la fiducia dei cittadini nello Stato viene minata.