di C. Alessandro Mauceri –
Kamala Harris ha accettato ufficialmente la sua candidatura. Lo ha fatto davanti a un enorme pubblico alla Convention nazionale democratica 2024, tenutasi ad Atlanta. Con la sua accettazione ufficiale è iniziata l’ultima tirata prima della stretta finale (che avverrà non prima di novembre) per le presidenziali.
La corsa alle elezioni finora è stata caratterizzata da alti e bassi. Dopo un periodo in cui il vantaggio dei repubblicani era netto, FiveThirtyEight sostiene che ora è la Harris ad essere in vantaggio: secondo le stime il vantaggio su Trump è di 3,3 punti, con una quota del 47% rispetto alla quota dei repubblicani che è ferma al 43,7%. I partecipanti al sondaggio hanno affermato di essere entusiasti di vedere Kamala Harris candidarsi alla presidenza. Intanto, dopo la conferma delle dimissioni di Biden, sono state svincolate decine di milioni di dollari dei sostenitori (!) destinati alla campagna elettorale della Harris. Questo non ha impedito alla Harris di fare alcune promesse poco credibili se non addirittura contraddittorie. Alla Convention democratica, la Harris ha parlato del conflitto israelo palestinese. La Harris ha auspicato una immediata accettazione della tregua da parte di Israele (e di Hamas). Lo ha fatto dimenticando che non più tardi di un paio di settimane fa il Congresso USA ha accolto con scoscianti applausi il leader israeliano in visita negli USA. Per non parlare del fatto che poche settimane fa gli USA (di cui la Harris – non dobbiamo dimenticarlo – è vicepresidente) hanno inviato diversi miliardi di armi a Israele.
Dall’altra parte, anche i repubblicani hanno avuto diversi problemi. Prima l’intervista di Musk a Trump che per quasi un’ora è rimasta senza collegamento video. Poi la decisione di Trump di tenere il suo discorso ad Asheboro, nello controverso Stato del North Carolina, chiuso in una gabbia di vetri antiproiettile: una scelta forse giustificata dopo l’attentato in cui è stato colpito da un cecchino, ma non pochi hanno detto che presentarsi agli elettori in questo modo potrebbe essere visto come sintomo di debolezza. Anche la scelta di Kennedy di lasciare la corsa alla Casa Bianca per cedere i propri consensi a Trump non si sa bene che effetti potrà avere: non è ancora ufficiale e poi Kennedy è un personaggio controverso che ha un certo seguito ma che ha anche molti oppositori. Per non parlare del fatto che non è scontato che i sostenitori di Kennedy potrebbero accettare la proposta del proprio leader e dare il proprio voto a Trump.
L’unica cosa certa, a questo punto, è che il divario tra i due candidati alla carica di presidente degli USA è molto limitato.
Ma l’aspetto più importante, del quale non si sta parlando, è un altro. Che vinca la Harris o Trump, il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà fare i conti con un Congresso spaccato e poco “gestibile”. Dopo le elezioni del 2022, il 118esimo Congresso degli Stati Uniti d’America è spaccato: i repubblicani hanno conquistato il controllo della Camera (per la prima volta dal 115esimo Congresso); per contro i democratici hanno guadagnato un seggio e hanno raggiunto una maggioranza risicatissima (di 51% a 49% dei seggi) sui repubblicani. Una situazione difficile da gestire che era emersa dopo le elezioni dei deputati, quando era stato necessario eleggere il portavoce della Camera: per la prima volta dal 1923, non si era riusciti a eleggerlo al primo scrutinio. Per trovare un nome erano state necessarie ben tredici votazioni!. Alla fine era stato eletto un outsider, Jim Jordan. Secondo alcune analisi sarebbe stata la più lunga scelta da quella del dicembre 1859.
Nel 2023, poi, si è verificato uno shutdown che ha messo in crisi il sistema federale della prima potenza mondiale. Come era già avvenuto durante la presidenza Trump, anche durante la gestione Biden uno dei rami del Congresso ha affossato il disegno di legge di finanziamento temporaneo presentato dal presidente. Ogni anno, il Congresso deve dare il proprio via libera a 12 progetti di legge di stanziamento, che costituiscono il budget di spesa discrezionale e fissare i livelli di finanziamento per le agenzie federali. La mancata approvazione (per mancanza di superiorità numerica o per la presenza di falsi tiratori resa più facile, come nelle ultime due legislature, da livelli di maggioranza limitatissimi) causa, di fatto, la chiusura del Governo per “mancato accordo sulle spese federali”. Questo ha un impatto enorme sui principali programmi di assistenza alimentare del Paese, sulla gestione delle scuole materne finanziate dal Governo federale, sulle sovvenzioni, sui prestiti universitari federali e perfino sui parchi nazionali e altro ancora.
In entrambi i casi (sia durante la presidenza Trump che durante il mandato di Biden) la situazione è stata risolta solo dopo lunghe contrattazioni e non senza che il presidente in carica si piegasse a compromessi e concessioni, a volte pesanti, sui programmi.
A questo si aggiunge un altro aspetto, anche questo tutt’altro che secondario. Nel 2025, negli USA, si terranno le off-year elections, le “elezioni fuori anno”: elezioni che si tengono durante gli anni dispari e che raramente prevedono l’elezione a un ufficio federale. Ma non nel 2025: gli americani dovranno eleggere i governatori del New Jersey e della Virginia. Due Stati dei quali uno è gestito dai repubblicani, l’altro dai democratici. Contemporaneamente dovranno essere eletti i sindaci di molte città importanti (Pittsburgh, Seattle, New Orleans, Miami, Atlanta, Boston e molte altre).
A novembre, che sia Trump ad essere rieletto presidente o la Harris ad essere la prima donna a ricoprire l’incarico di presidente degli USA, chiunque riceva la maggioranza dei voti da parte dei grandi elettori, dovrà fare i conti con il Congresso. E dovrà farlo almeno per un paio d’anni.




