di Giuseppe Gagliano

Il primo gennaio 2025, una tranquilla celebrazione nel cuore del Quartiere Francese di New Orleans si è trasformata in una scena di terrore. Un pick-up bianco, guidato da Shamsud-Din Jabbar, ha travolto la folla riunita in Bourbon Street, causando la morte di 15 persone e ferendo almeno 35. Jabbar successivamente è sceso dal veicolo e ha iniziato a sparare contro gli agenti di polizia, ferendone due prima di essere neutralizzato. Questo evento, descritto dall’FBI come un “attacco terroristico pianificato ispirato allo Stato Islamico (Isis)”, è ora al centro di un’indagine che si sta dimostrando complessa e ricca di contraddizioni.

Shamsud-Din Jabbar, 42 anni, era un veterano dell’esercito statunitense, originario del Texas. La sua biografia è quella di un uomo che ha attraversato una serie di alti e bassi: congedato nel 2015, dopo una missione in Afghanistan, aveva ricoperto ruoli nell’IT e nelle risorse umane dell’esercito. Nonostante una formazione accademica solida presso la Georgia State University, la sua vita personale e professionale è stata segnata da difficoltà. Divorziato tre volte e in precarie condizioni finanziarie, Jabbar aveva mostrato segni di radicalizzazione negli ultimi mesi, dichiarando pubblicamente il suo supporto all’IS attraverso video online. In uno di questi, egli aveva ammesso di aver pianificato inizialmente di attaccare i membri della sua famiglia, salvo poi desistere.

Secondo le autorità l’attacco è stato pianificato con precisione. Oltre all’investimento della folla, Jabbar aveva piazzato ordigni esplosivi improvvisati (IED) nell’area, custoditi in scatole frigo. Tuttavia, non è chiaro se egli avesse realmente tentato di attivarli o se il piano sia fallito per ragioni tecniche. L’FBI ha reso pubbliche alcune immagini che mostrano il terrorista poco prima dell’attacco, intento a cambiare abito. Dopo aver travolto i pedoni con il pick-up, Jabbar ha ingaggiato un conflitto a fuoco con la polizia, confermando la sua intenzione di massimizzare vittime e danni.

Le autorità hanno affermato che al momento non esistono prove di complici nell’attentato, benché la possibilità non sia stata completamente esclusa. L’FBI sta analizzando i tre telefoni cellulari e i due computer portatili sequestrati a Jabbar, alla ricerca di eventuali connessioni con altri individui o gruppi terroristici. Parallelamente, si sta verificando un possibile collegamento con l’esplosione di un veicolo davanti al Trump Hotel di Las Vegas, avvenuta il giorno seguente. Anche in quel caso, però, non sono emerse prove evidenti di una correlazione tra i due episodi.

Il caso di Jabbar sottolinea un aspetto inquietante della minaccia terroristica contemporanea: la possibilità che individui radicalizzati agiscano in solitaria, rendendo più difficile per le forze di sicurezza prevenire simili tragedie. La sua storia personale – veterano di guerra, divorziato e con problemi finanziari – riflette una vulnerabilità che può essere sfruttata da gruppi come l’Isis per reclutare nuovi adepti. Il caso evidenzia anche le difficoltà operative dell’intelligence americana, che si trova a dover bilanciare trasparenza e riservatezza nelle comunicazioni con il pubblico.

Mentre le indagini dell’FBI proseguono, il Paese si interroga su come rafforzare i meccanismi di prevenzione e supporto per evitare che uomini come Jabbar cadano nella spirale dell’odio e della radicalizzazione. La strage di New Orleans non è solo un doloroso promemoria della persistenza della minaccia terroristica, ma anche un invito a riflettere sulle radici del fenomeno e su come affrontarlo in modo efficace e umano.