di Mariarita Cupersito –
Si è svolta dal 25 al 28 marzo al Gaylord Texan Resort & Convention Center, alle porte di Dallas, l’edizione 2026 della Conservative Political Action Conference (CPAC), il tradizionale raduno del mondo conservatore americano.
Fondata nel 1974 con un discorso di apertura di Ronald Reagan, la conferenza è organizzata dall’American Conservative Union e nel corso degli anni è diventata un appuntamento imprescindibile per la destra americana.
A dispetto di un programma fitto di ospiti e interventi, l’edizione 2026 si è caratterizzata per le importanti assenze, in primis quella del presidente Usa Donald Trump che nelle passate edizione non aveva mai mancato l’appuntamento, nonché del vicepresidente JD Vance.
Tra gli speaker che si sono alternati sul palco, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, il senatore Ted Cruz, il principe ereditario iraniano Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, l’ex consigliere di Trump Steve Bannon, il segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Robert Kennedy Jr e una moltitudine di commentatori, attivisti e influencer del mondo trumpiano.
Argomento comune ad ogni intervento, anche solo in forma implicita, è stato ovviamente quello della guerra in Iran, capace di causare una divisione nell’ambito del mondo MAGA e far vacillare uno dei suoi principi fondanti, quell’“America First”, basato sull’evitare nuovi conflitti per l’America.
Se da un lato, infatti, c’è chi difende la scelta di Trump definendola indispensabile per la sicurezza nazionale, di contro emerge con sempre maggiore chiarezza una schiera di scettici e contrari, che vedono nell’attuale conflitto un rischio politico più che militare. Il timore diffuso nell’ambiente conservatore è quello di perdere consensi qualora la guerra si dovesse prolungare.
L’edizione 2026 del CPAC, pur caratterizzata da una forte presenza di fedeli sostenitori, si è dunque svolta in un’atmosfera molto diversa da quella delle passate edizioni, con particolare riguardo all’edizione 2025 che aveva accompagnato la rielezione di Trump. I dubbi sul prezzo della guerra aumentano mentre l’inflazione e il costo della vita continuano a farsi sentire, e l’assenza del presidente al raduno in una fase internazionale così complessa pone più di un interrogativo.
Ciò che in definitiva emerge dalle valutazioni fatte finora è l’obiettivo comune degli attori in gioco: la cessazione del conflitto quale condizione necessaria per la tutela dei rispettivi interessi nella regione. La Turchia dipende dal gas del Golfo, l’Egitto trae le proprie risorse dal Canale di Suez e l’Arabia Saudita esporta petrolio attraverso lo stretto di Hormuz. In aggiunta, l’economia del Pakistan necessita dei petrodollari del Golfo per il proprio bilancio pubblico.
In altri termini, la coalizione si propone come forza di sicurezza, ma è in realtà un’alleanza di interessi. In tale prospettiva può giocare un ruolo significativo anche la Cina, che acquista circa il 90 per cento delle esportazioni di petrolio greggio dall’Iran e che può premere su Teheran per una de-escalation.
In definitiva, resta da vedere se questo asse strategico, creato per garantire gli interessi degli attori regionali, sarà in grado di persuadere le parti a fermare il conflitto.




