di Enrico Oliari –

Giornata storica per Cuba e gli Stati Uniti: i due paesi hanno annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche. Si tratta di una mossa quasi a sorpresa, che mette fine all’embargo dannoso sia per L’Avana che per Washington iniziato nel 1960, quando la riforma agraria espropriò i possedimenti agricoli dei cittadini Usa e i cubani strinsero un accordo con l’Unione Sovietica per l’acquisto del petrolio. Le relazioni diplomatiche si ruppero con il “regime leninista, socialista, anti-imperialista” il 3 gennaio 1961.

L’annuncio è stato dato dal presidente degli Stati Uniti Barak Obama e, come ha reso noto la Casa Bianca, il disgelo si è compiuto “in 45 minuti di colloquio tra Il presidente e Raul Castro”.

Alle ore 18.00, in un discorso pubblico, Obama ha dichiarato che “Da oggi cambiano i rapporti tra il popolo americano e quello cubano. Si apre un capitolo nuovo nella storia delle Americhe”. La Casa Bianca ha quindi comunicato l’incarico dato dal presidente al suo Segretario di Stato di arrivare a “Negoziati rapidi, per una riapertura dell’ambasciata Usa in tempi stretti”.

Un risultato che, in un mondo dove le tensioni sono in perenne crescita, fa piacere apprendere. Alla base un anno di trattative segrete ai massimi livelli, ma una mano data anche il Vaticano, con una lettera inviata personalmente da papa Francesco ai leader dei due Paesi. Come pure lo scambio dell’uomo d’affari Alan Gross, detenuto dal 2009 e condannato a 15 anni per essere stato trovato in possesso di telefono satellitare, computer ed alte apparecchiature tecnologiche proibite a Cuba, con tre cittadini dell’isola caraibica accusati negli Usa di spionaggio.

Quel che è certo è che, come ha osservato lo stesso Obama, cinquant’anni di embargo non sono serviti a nulla, e “mezzo secolo dopo i comunisti di Castro sono sempre al potere”. Un embargo non solo inutile, ma anche controproducente nei rapporti con gli altri paesi delle Americhe, che ha ridotto la capacità d’influenza degli Stati Uniti: “A tratti ci siamo isolati nell’emisfero occidentale”, ha spiegato Obama, “Non si favoriscono i diritti umani cercando di far fallire gli Stati, ma dialogando”. Ed ancora, “Da ora in avanti quando siamo in disaccordo, sulla democrazia e i diritti umani, lo diremo direttamente. Cuba non cambierà da oggi all’indomani. Ma diventa più facile per noi appoggiare il cambiamento”.

Per Castro non si è parlato “del blocco economico, commerciale e finanziario che provoca enormi danni economici e umani, e che deve che cessare”, in quanto con gli Stati Uniti “ci siamo accordati per il ripristino di rapporti diplomatici”; per questo motivo il presidente cubano, fratello del “Lìder maximo” Fidel, ha chiesto al presidente degli Stati Uniti “di modificare secondo quanto è in suo potere le misure dell’embargo sebbene siano state convertite in legge”.

Ma è forte la volontà di Cuba di “normalizzare” i rapporti con gli Usa per costruire relazioni “basate sul diritto internazionale”. Perché è necessario “imparare a convivere civilmente rispettando le reciproche differenze”.

Un tempo John Fitzgerald Kennedy disse “Ich bin ein Berliner”. Dopo 51 anni è Obama a dire “Todos somos americanos”.