dí Giuseppe Gagliano –
L’ottobre 1986 fu uno di quei rari momenti in cui la macchina delle operazioni coperte statunitensi lasciò intravedere i propri ingranaggi. Un aereo della Southern Air Transport venne abbattuto in Nicaragua e il suo unico sopravvissuto, Eugene Hasenfus, raccontò davanti ai giornalisti ciò che Washington negava: stava trasportando armi nell’ambito di una rete clandestina collegata ai “contras”. Quella testimonianza contribuì a far esplodere lo scandalo delle forniture segrete di armamenti all’Iran e del finanziamento illegale della guerra per procura in America Centrale.
La Southern Air Transport non era una compagnia qualunque. Nata nel 1947, lo stesso anno in cui l’ossatura informativa statunitense si trasformava nell’agenzia centrale di intelligence, fu interamente posseduta dall’agenzia dal 1960 al 1973. Poi venne ceduta a Stanley Williams, l’uomo che la dirigeva fin dai tempi dell’amministrazione Kennedy. Il punto non è solo la proprietà formale, ma la funzione: una struttura civile, adatta a muoversi nei corridoi della logistica globale senza esibire insegne militari.
Quando lo scandalo divenne insostenibile, la compagnia divenne “troppo calda”. E qui arriva il primo passaggio decisivo: non scomparve, si riconvertì. Nel 1995 spostò la sede centrale da Miami a Columbus, in Ohio. Cambiò immagine, puntò sull’importazione di merci, soprattutto abbigliamento proveniente dalla Cina. Ma per tre anni, nella nuova città, venne accompagnata da voci insistenti: traffico di droga, un passato che non smetteva di bussare alla porta del presente.
Secondo il giornalista di Columbus Bob Fitrakis, che ha ricostruito la vicenda e l’ha raccontata in collaborazione con due testate statunitensi, gli investigatori dell’ufficio dello sceriffo della contea di Franklin e dell’ufficio dell’ispettore generale dell’Ohio avevano avviato verifiche sulla Southern Air Transport nel contesto del rinnovato interesse pubblico per lo scandalo degli anni Ottanta. E in entrambi gli uffici, sostiene Fitrakis, alcune fonti identificarono Jeffrey Epstein come figura centrale nello spostamento degli aerei.
Qui sta il nodo che trasforma una storia di aviazione e apparati in una storia di potere economico. A metà anni Novanta Epstein era ancora un finanziere poco noto al grande pubblico, ma era già entrato nel cuore dell’impero di Leslie Wexner, magnate della distribuzione e della moda con base in Ohio. Epstein gestiva denaro e investimenti immobiliari di Wexner e, sotto quella protezione, gli aerei che avevano trasportato armi su rotte “sensibili” vennero riadattati per consegnare capi di abbigliamento destinati alle catene del gruppo: tra le altre, Victoria’s Secret e Abercrombie e Fitch. L’immagine è potente perché è concreta: un mezzo nato per la clandestinità bellica che diventa ingranaggio della logistica commerciale di un colosso privato.
Il secondo passaggio decisivo arriva nel 1998. Il primo ottobre, la Southern Air Transport dichiarò improvvisamente fallimento, esattamente una settimana prima della pubblicazione delle conclusioni dell’ispettore generale dell’agenzia centrale di intelligence sullo scandalo Iran-Nicaragua. In quelle conclusioni, la compagnia veniva collegata anche alle accuse di traffico di cocaina connesse ai “contras” dal Nicaragua. Fitrakis sostiene che, sotto pressione dell’ufficio del governatore, le autorità dell’Ohio lasciarono cadere le indagini: risultato pratico, il presunto ruolo di Epstein non divenne mai pubblico.
Per capire come Epstein potesse trovarsi in mezzo a una simile riconversione logistica, il racconto torna indietro e allarga il quadro. Nel 1981 Epstein lasciò la banca d’investimento Bear Stearns dopo sospetti di uso di informazioni riservate. Inizió a frequentare Londra, dove strinse rapporti con Douglas Leese, imprenditore britannico con una lunga traiettoria tra settore automobilistico e aerospaziale. Epstein divenne vicino a Leese e ai suoi figli Nicholas e Julian. Leese aveva guidato l’azienda di famiglia, Cam Gears, fornitrice di componenti per grandi marchi automobilistici, venduta nel 1965 a un grande gruppo statunitense dell’aerospazio noto anche per programmi satellitari e missilistici.
Il contesto geopolitico spiega perché quei legami contano. Il 1979 fu uno spartiacque nel Golfo Persico: in Iraq salì Saddam Hussein e in Iran la rivoluzione rovesciò lo Scià sostenuto dagli Stati Uniti. La crisi degli ostaggi a Teheran portò a sanzioni dure e a un embargo sulle armi. L’intelligence statunitense cercava di manovrare un equilibrio di potenza regionale, evitando che Baghdad o Teheran controllassero lo stretto di Hormuz e contenendo l’influenza sovietica. Ma l’embargo impediva forniture dirette e l’amministrazione Reagan, in pubblico, non poteva apparire disposta a trattare con il terrorismo.
In questo quadro, prese forma una strategia indiretta: vendite di armamenti attraverso intermediari e triangolazioni. La Cina iniziò a spedire armi sia all’Iran sia all’Iraq nel 1980. Nel 1983 l’Iran firmò un accordo per 1,3 miliardi di dollari con Pechino; parte delle forniture passava da un conglomerato industriale cinese e utilizzava il porto di Hong Kong come punto di transito.
Leese, in quel periodo, possedeva una holding con sede alle Bermuda chiamata Lorad. Dopo l’accordo sulle armi con la Cina vennero create entità collegate: una società schermo alle Bermuda e una società commerciale a Hong Kong. Il ruolo esatto di Leese in quelle dinamiche non è mai stato chiarito del tutto, ma nel 1995 un deputato britannico, George Galloway, lo accusò di aver finanziato clandestinamente accordi di armamenti in Medio Oriente usando una banca alle Bermuda. Nello stesso periodo, i proprietari di una catena commerciale britannica sollevarono allarmi su legami con traffici di armi, dopo una proposta che prevedeva elettrodomestici per i negozi e armamenti per le strutture di Leese. In una causa civile statunitense successiva, Leese sostenne che il suo lavoro riguardava progetti “altamente sensibili” ritenuti coperti da segreto da parte del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie.
Intanto l’intelligence statunitense preparava una propria filiera clandestina per far arrivare armi di produzione americana a Teheran. Un banchiere iraniano, Cyrus Hashemi, finì sotto sorveglianza elettronica dell’FBI: migliaia di conversazioni registrarono il ruolo dell’avvocato John Stanley Pottinger nell’aggirare l’embargo attraverso fatture fittizie e società schermo. Una commissione del Senato rilevò che l’intelligence era coinvolta nella pianificazione e aveva incontrato Hashemi nello studio di Pottinger.
E qui compare un dettaglio che pesa: Pottinger lavorava a New York insieme a Epstein, in un ufficio di prestigio vicino a Central Park. I due proponevano strategie di elusione fiscale per clienti facoltosi, ma la partnership durò poco. Nel 1984 Pottinger venne indicato in un atto d’accusa federale legato a esportazioni illegali di armi; Hashemi fuggì in Inghilterra. Pottinger evitò il processo anche perché le registrazioni compromettenti scomparvero misteriosamente; negli anni Ottanta fece fortuna con operazioni immobiliari e divenne anche romanziere di successo.
Dopo l’incriminazione di Hashemi, un altro mediatore entrò in scena: il trafficante d’armi saudita Adnan Khashoggi. Nel luglio 1985 Hashemi, Khashoggi e il primo ministro israeliano Shimon Peres si incontrarono segretamente ad Amburgo per un piano: con il benestare del direttore dell’intelligence William Casey, gli Stati Uniti avrebbero spedito armi a Israele, Israele avrebbe rivenduto a Teheran, e Washington avrebbe reintegrato in seguito le scorte israeliane.
Negli anni Ottanta Epstein ottenne anche un passaporto austriaco con nome falso e indirizzo in Arabia Saudita, trovato dopo il suo arresto del 2019. I suoi avvocati sostennero che fosse una “assicurazione” per mascherare l’identità ebraica in caso di rapimento durante viaggi, in un’epoca in cui diversi cittadini statunitensi, incluso un funzionario dell’intelligence, vennero rapiti in Libano e si discusse apertamente di scambi armi-ostaggi.
La gestione logistica delle spedizioni, in quella fase, era affidata all’intelligence militare israeliana. Un altro dettaglio delicato: Ehud Barak, che sarebbe poi diventato una figura politica di primo piano in Israele, guidava allora la direzione dell’intelligence militare nel periodo preparatorio (aprile 1983-settembre 1985). Barak ha sempre sostenuto di aver conosciuto Epstein solo nel 2003 tramite Peres, in un evento pubblico, e di averlo frequentato appena; quanto ci sia di vero resta controverso.
Il canale israeliano dipendeva da una fiducia fragile: gli israeliani volevano pagamento anticipato, gli iraniani avrebbero pagato dopo la consegna. Khashoggi agì da “banca”, usando conti di un istituto internazionale, anticipando decine di milioni di dollari per far muovere le armi quando le parti non si fidavano. Un imprenditore vicino alla famiglia reale saudita acquistò banche regionali e compagnie assicurative in difficoltà negli Stati Uniti per collegare quell’istituto ai mercati finanziari americani. L’intelligence, secondo la ricostruzione, schermò l’istituto da investigatori federali per non lasciare tracce del denaro: una rete di società schermo e veicoli caritativi consentiva di spostare fondi e nasconderli dai bilanci delle filiali.
In questo mondo, il denaro sporco si “pulisce” spesso in un modo antico e infallibile: il mattone. Immobiliare come trasformazione dei flussi in rendite legittime e, soprattutto, come scudo della proprietà reale dietro strati societari. È anche qui che si innesta il mito personale di Epstein: l’uomo che dice di “trovare” denaro nascosto, che diventa cacciatore di ricchezze invisibili e, al tempo stesso, possibile custode di ciò che deve restare invisibile.
Questa storia, allora, non è la favola nera di un singolo personaggio, ma la radiografia di un sistema: operazioni clandestine che generano infrastrutture logistiche; infrastrutture che si ricollocano nell’economia legale; grandi patrimoni che cercano gestori capaci di navigare tra società schermo, relazioni politiche e discrezione. Se si vuole capire come un uomo apparentemente uscito dal nulla sia diventato l’uomo di fiducia di Wexner, bisogna guardare meno ai salotti e più alle rotte: perché a volte è negli hangar, non nei consigli di amministrazione, che si scrive la parte decisiva della storia.




