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Monta lo scandalo negli Usa dopo che la Norse, società di cyber-sicurezza, ha rilevato che l’attacco di hacker alla Sony Pictures Entertainment non è partito dalla Corea del Nord, bensì da sei elementi verso i quali ci sarebbero addirittura le prove: il vicepresidente della Norse, Kurt Stammberger, ha infatti reso noto che dei sei hacker individuati due risiedono negli Usa ed uno in Canada, e che “Almeno uno di loro è un ex impiegato della Sony Pictures Entertainment che ha lavorato in una posizione tecnica e con una conoscenza specifica della rete della società”. Stammberger ha aggiunto che l’ex dipendente della casa produttrice è stato licenziato a maggio per via di una ristrutturazione dell’azienda in cui lavorava da dieci anni.
Il film “The Interview”, in cui due giornalisti statunitensi vengono inviati in Corea del Nord dalla Cia per uccidere il leader nordcoreano Kim Jong-un, sta godendo di un successo insperato grazie alla cospicua pubblicità gratuita che è stata fatta: l’annuncio dell’uscita della pellicola per Natale ha portato ad un’escalation che ha fatto infuriare il regime di Pyongyang, ha portato all’attacco degli hacker (“Guardiani della pace”) ai danni della Sony Pictures Entertainment, ha provocato le ire di Obama, che aveva riportato un rapporto dell’Fbi sulla responsabilità indubbia dell’attacco, ed infine che ha comportato un attacco cibernetico da parte di Washington nei confronti della Corea del Nord, che si è trovata senza la possibilità di comunicare via internet con l’esterno per nove ore.
Già due giorni fa il direttore della Norse, Sam Glines, aveva affermato che “Per noi è chiaro: sulla base di prove forensi e di altra natura che abbiamo raccolto, che loro non sono inequivocabilmente responsabili di aver orchestrato o avviato l’attacco”,
Anche per Scott Borg, ricercatore di IT Security, Pyongyang non possiede la capacità necessaria per portare quel tipo di attacchi, in quanto “Va oltre il livello di competenza che siamo stati in grado di appurare”.
L’Fbi aveva rilevato che il malware usato dagli di hacker era simile al codice usato dalla Corea del Nord per altri attacchi, ma esperti hanno fatto notare che il codice è vecchio e potrebbe essere stato usato da chiunque.
Sia la Norse che altre società del settore, come l’israeliana Taia Global, sono giunte alla conclusione che l’attacco è stato mosso da più gruppi di hacker, e che la lingua madre con cui erano in contatto era il russo e non il nordcoreano.
Nei giorni scorsi l’ambasciatore della Corea del Nord a Mosca ha chiesto ed ottenuto che il film non venisse proiettato nelle sale russe e il portavoce del ministero degli Esteri, Alexander Lukashevich, ha commentato che la pellicola è talmente scandalosa che la reazione della Corea del Nord è “abbastanza comprensibile”; ha inoltre sostenuto che le accuse di Washington nei confronti della Corea del Nord non sono state provate.
Se quando dichiarato dalla Norse trovasse conferma, si aprirebbe un grave caso diplomatico, con Obama che ha fatto cyber-attaccare ingiustamente un paese straniero. Si tratterebbe di una batosta per l’immagine del presidente, un boomerang che gli si gira contro a campagna elettorale praticamente iniziata.

