di Giuseppe Lai –
Dopo sei mesi di conflitto senza aver raggiunto i risultati attesi, il presidente americano Donald Trump cambia strategia nei confronti dell’Iran. Il 19 agosto l’amministrazione statunitense ha lanciato un’offensiva contro la Repubblica Islamica denominata “Economic D-Day”, che si propone di isolare Teheran sul piano economico e finanziario.
La strategia annunciata comprende una serie di misure, tra cui il blocco totale dell’import-export attraverso il controllo dei porti iraniani, lo smantellamento delle reti “parallele” utilizzate dai Guardiani della Rivoluzione per aggirare le sanzioni commerciali e l’isolamento bancario e monetario, da attuarsi con l’esclusione di banche e istituti finanziari esteri che operano per conto dell’Iran.
Sono inoltre previste sanzioni contro governi e aziende che continueranno a intrattenere rapporti commerciali con la Repubblica Islamica, con il rischio di una loro estromissione dal sistema finanziario statunitense. Come ha dichiarato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, i leader mondiali devono “prendere una decisione tra America e Iran”, senza tuttavia specificare né i Paesi che saranno presi di mira né il giorno in cui dovrebbe avvenire l’annunciato D-Day.
La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito “disperata” la mossa americana, pur riconoscendo che il Paese sta affrontando molte difficoltà a causa del tentativo di Washington di isolare l’economia iraniana. Al tempo stesso, ha ribadito che i canali di finanziamento vitali del Paese “non possono essere recisi” e che il governo sta pianificando da tempo una strategia di contromisure, tra le quali la possibilità di sequestrare le navi che violano le regole di transito nello Stretto e potenziali ritorsioni contro chiunque collabori all’applicazione delle nuove sanzioni statunitensi.
Inoltre il ministro ha liquidato il “D-Day economico” come “un diversivo dalla vera crisi americana: il debito senza precedenti e l’impennata degli interessi”. A parte la propaganda che spesso si insinua negli annunci di entrambe le parti in causa, il “diversivo” di cui parla il rappresentante del governo iraniano non è un termine privo di fondamento, potendo essere interpretato come un tentativo di “distrazione di massa”.
Una prima considerazione è di metodo. La comunicazione di Donald Trump si fonda sulla sproporzione sistematica tra il volume degli annunci e la portata delle azioni annunciate. Ne sono una dimostrazione le “grida” sui dazi, che avrebbero ricondotto in America le fabbriche, gli ultimatum sui conflitti da chiudere “in ventiquattr’ore”, i negoziati propagandati come storici e poi evaporati.
Tale sistematicità ha di fatto inflazionato l’efficacia comunicativa della retorica trumpiana, creando nell’opinione pubblica una sorta di assuefazione cognitiva al messaggio: quando, come nel caso del D-Day, ogni giorno è il giorno decisivo, nessun giorno lo è più. È come un generatore di allarmi che nessuno sente più suonare.
Una seconda considerazione è più incentrata sul merito delle questioni. Donald Trump deve gestire un conflitto impopolare che non ha raggiunto il suo obiettivo primario: abbattere il regime degli Ayatollah. Un’escalation delle operazioni militari avrebbe un costo politico elevato in vista delle prossime elezioni di metà mandato, previste a novembre, e potrebbe accentuare l’erosione del consenso attorno al presidente statunitense.
L’annuncio di un cambio di postura incentrato sulla leva economica evidenzia una comunicazione strategica rivolta all’opinione pubblica in vista delle elezioni di novembre: mostrare una linea dura su un target alternativo senza dover ammettere lo stallo creatosi nel conflitto contro l’Iran. Inoltre, con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, Trump non vuole che una guerra ampiamente impopolare diventi il tema dominante della campagna elettorale.
Una strategia che, tuttavia, potrebbe rivelarsi inefficace nel riequilibrare un consenso in discesa, sul quale gravano soprattutto altri fattori, in primis la situazione economica americana. Lo stato dell’economia reale sta intaccando la narrazione trumpiana del “secolo d’oro” (nessun coinvolgimento militare all’estero e difesa del potere d’acquisto degli americani), focalizzando il malcontento dell’elettorato su alcuni temi fondamentali: l’inflazione e le ricadute economiche del conflitto, i dazi e il debito pubblico.
Il livello generale dei prezzi, nonostante la disoccupazione ridotta, ha superato la soglia del 3%, con l’aumento dei costi dei beni alimentari e il prezzo della benzina salito sopra i 4 dollari al gallone. In merito alle relazioni tra Stati, la guerra commerciale con il Canada e il recente collasso dei negoziati bilaterali hanno innescato dazi incrociati per quasi 50 miliardi di dollari. Le conseguenze dirette per gli Stati Uniti sono l’aumento dei costi di produzione e dei prezzi al consumo, con danni potenziali per settori manifatturieri ed elettorati chiave come quelli di Michigan e Ohio.
A ciò si aggiunge l’impennata del debito federale, che ha toccato la cifra record di 40mila miliardi di dollari, alimentando uno squilibrio che contribuisce a mantenere elevati i tassi d’interesse e a rendere più costosi i mutui immobiliari e i conti delle carte di credito per le famiglie americane.
L’insoddisfazione economica ha modificato profondamente la percezione pubblica americana sui temi di bilancio, storicamente favorevole ai Repubblicani, con un crollo dell’indice di gradimento dell’operato di Donald Trump. Secondo le ultime rilevazioni di agosto, questo si attesta stabilmente tra il 34% e il 38%, un livello rischioso per il partito del presidente in carica durante un ciclo di metà mandato.
Inoltre il 37% degli elettori dichiara di fidarsi maggiormente dei Democratici per la gestione dell’economia, contro il 36% registrato dai Repubblicani. Infine oltre il 31% degli intervistati indica i prezzi e l’inflazione come la priorità assoluta di voto, superando di gran lunga altre tematiche storicamente care alla base conservatrice.
In un quadro siffatto, la retorica del tycoon può spiegare che l’economia è più forte di quanto indichino i sondaggi e di quanto venga percepito dall’opinione pubblica, che l’inflazione è in fase di rallentamento o che i dazi, alla lunga, produrranno benefici. Ma nelle urne raramente si votano le statistiche. Si vota la sensazione di stare meglio o peggio e oggi quella sensazione è diventata un problema politico per l’amministrazione Trump.




