di C. Alessandro Mauceri –
Mentre in Europa continua, sebbene a porte chiuse e con molte polemiche, la corsa verso la creazione di un mercato transatlantico, negli Stati Uniti d’America gli accordi transcontinentali hanno subito una dura battuta d’arresto per mano del parlamento. Da notare che anche in molti paesi europei si sono svolte manifestazioni in cui veniva richiesta la sospensione dei lavori che dovrebbero portare all’approvazione del progettato accordo di libero scambio fra le due sponde dell’oceano.
A Washington non è infatti stato approvato il “Wyden-Hatch-Ryan trade promotion authority bill”, più conosciuto come “Fast Track Authority”, ovvero la norma che avrebbe concesso al presidente Barack Obama l’autorità per operare con maggiori poteri e in modo quasi indipendente per gestire gli accordi intercontinentali, tra cui il TPP, l’accordo commerciale tra gli Stati Uniti ed altri 11 paesi del Pacific Ring (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam).
Nel mese di maggio, questi provvedimenti erano stati inseriti in un unico “pacchetto” dalla leadership repubblicana del Senato. La Camera però ha deciso di separare le due leggi. La prima è stata bocciata, la seconda, sebbene abbia avuto la maggioranza, non ha avuto un numero di voti sufficiente. La norma proposta per essere approvata avrebbe infatti avuto bisogno di 60 voti: il presidente Obama è riuscito ad averne solo 51.
L’importanza della “Fast Track Authority” deriva dal fatto che tutti i principali trattati di libero scambio sottoscritti dagli Stati Uniti negli ultimi decenni sono stati approvati ricorrendo ad essa, inclusi il NAFTA (Accordo Nordamericano per il Libero Scambio) del 1994 o quelli più recenti, firmati nel 2011, con Colombia, Panama e Corea del Sud. Una norma, quella che il presidente aveva chiesto al parlamento, che avrebbe creato una zona di libero scambio per il 40% del mercato globale e che, insieme al TTIP (anche questo bloccato con la decisione dei giorni scorsi del parlamento Usa) avrebbe permesso di creare un’alternativa al mercato dei BRICS, il gruppo di paesi costituito da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e loro associati.
Quello degli Usa è il tentativo di creare un gigantesco spazio economico nel quale a dettare le regole sarebbe il capitale statunitense, cosa che spiegherebbe la quasi totale segretezza con cui sono state portate avanti le trattative. Accordi che certamente favoriscono i grandi gruppi statunitensi e internazionali, ma che, al tempo stesso, hanno anche un importante peso strategico: il TPP avrebbe creato una sorta di accerchiamento economico e di contenimento di Pechino in Asia, mentre il TTIP avrebbe potuto limitare il tentativo di integrazione economica tra l’Europa da una parte e Russia e Cina dall’altra, vincolando così le imprese europee agli Stati Uniti.
Il 6 maggio la senatrice democratica Barbara Boxer si era detta preoccupata per la mancanza di trasparenza dell’amministrazione Obama sulle trattative del Tpp ed aveva affermato: “Lasciate che vi dica cosa dovete fare per leggere questo accordo. Seguite questo: solo alcuni dei membri del nostro staff possono avere un nulla osta di sicurezza. Perché? Conosco bene queste cose: questo è sicuro, questo è classificato. Non ha nulla a che fare con la Difesa. Non ha nulla a che fare con l’andare contro l’Isis”.
Dopo la decisione del parlamento, tutti i trattati come l’accordo commerciale TPP per il Pacifico e il contestato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) per gli scambi con l’Unione Europea potrebbero essere rimessi in discussione.
E la bocciatura della TPP, del TTIP, ma anche il rinnovo del “Trade Adjustment Assistance” (TAA), ovvero il provvedimento tradizionalmente collegato ai trattati di libero scambio sottoscritti dagli Stati Uniti con altri paesi, avrà effetti non indifferenti sull’economia statunitense: il TAA scadrà alla fine di settembre e, in caso di mancato rinnovo, potrebbero essere necessarie compensazioni economiche e costosi programmi di riqualificazione per i lavoratori che perderanno il posto di lavoro a causa del mancato rinnovo dei trattati. Come ha confermato il presidente della Commissione finanze del Senato, il repubblicano Orrin Hatch, “In futuro, se vedremo un forte calo della dell’agricoltura e del manufatturiero Usa, la gente potrà benissimo guardare indietro agli eventi di oggi e mi chiedo perché non siamo riusciti ad agire insieme”.
La motivazione che ha spinto buona parte dei rappresentanti parlamentari Usa a votare contro al di là della vicinanza alle elezioni, è legata al rischio (concreto) che un simile accordo potrebbe avere sul mondo del lavoro, dato che l’accordo avrebbe agevolato non poco le grandi multinazionali e la localizzazione delle imprese in paesi dove il costo della manodopera è più basso: non a caso la decisione è stata sostenuta contemporaneamente dai democratici, dai sindacati e dalle organizzazioni della sinistra radicale.
Ma non basta. Si tratta di una votazione che rimette in discussione anche la leadership di Obama, dal momento che ad esprimere parere negativo sono stati anche deputati del suo stesso partito.
Tra i maggiori oppositori dell’accordo vi è stato il Sierra Club, la più influente associazione ambientalista americana. Ilana Solomon, responsabile Trade Program si è dichiarata soddisfatta della decisione del parlamento in quanto, “Nonostante dovesse far fronte alle intense pressioni dei grandi inquinatori e da altre corporations per far passare uno spericolato accordo commerciale, il Senato si è levato a favore delle nostre aria, acqua, terra e democrazia. Il voto odierno è un segnale positivo che il Congresso sta perdendo il suo appetito per affrettare i voti sul commercio che avrebbero minacciato i lavoratori, le comunità e l’ambiente. Le organizzazioni ed i cittadini che si battono per proteggere le nostre comunità e il nostro pianeta useranno questo slancio per continuare a sollecitare i nostri membri del Congresso a resistere contro il fast track ed a battersi per le famiglie americane”.

