Usa. Il problema delle dighe a rischio di crollo

di C. Alessandro Mauceri –

Gli USA continuano a interferire sulle questioni internazionali. Dimenticando di intervenire in alcuni settori che hanno raggiunto livelli di pericolosità preoccupanti.
Da alcuni giorni buona parte del Kentucky è in stato di emergenza a causa di violente inondazioni, con almeno 25 i morti accertati di cui 6 bambini, ma “il bilancio delle perdite è ancora provvisorio. In questo momento si fa fatica anche a raggiungere i luoghi più colpiti. Abbiamo perso le tracce di intere famiglie”, ha affermato il governatore Andy Beshear. Dal canto suo il presidente Joe Biden ha dichiarato lo “stato di calamità naturale” in 13 contee del Kentucky e ha promesso di inviare una prima tranche di aiuti alle autorità locali. Fondi che non basteranno a risolvere il problema: le autostrade nell’area est del Kentucky si sono trasformate in torrenti, nelle cittadine sono rimaste senza corrente almeno 23 mila utenze. Si tratta dell’ennesima dimostrazione dell’incapacità di uno dei paesi più sviluppati del pianeta (o presunto tale) di fronteggiare emergenze che tali non sono, dato che spesso sono prevedibili.
Dighe, argini e strutture correlate dovrebbero essere una parte vitale delle infrastrutture degli USA, ed è lunga la lista di benefici economici, ambientali, sociali legati ai servizi di ritenzione idrica e controllo.
Per prevenire disastri simili a questi la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), che funge da Dams Sector Risk Management Agency, aveva sviluppato la Dams Sector Crisis Management Suite. Eppure gli incidenti in questo settore, con conseguenti gravi perdite economiche, perdite di vite umane e calo della fiducia del pubblico nell’industria e nella capacità del governo di fornire servizi essenziali, sono frequenti.
Secondo il National Inventory of Dams (NID), negli Stati Uniti ci sono 91.457 dighe; di queste 15.621 dighe presenterebbero un potenziale ad alto rischio, circa il 17% degli invasi. Nell’ultima Infrastructure Report Card dell’American Society of Civil Engineers, alle dighe è stata data una “D” per la sicurezza. Ma non basta. Ben 1.688 dighe sono attualmente classificate in condizioni povere/insoddisfacenti e in cui un cedimento della diga causerebbe la morte umana. Anche il Corpo degli ingegneri dell’esercito degli Stati Uniti ha una propria classificazione per indicare la pericolosità delle dighe: la Dam Safety Action Classification (DSAC), basata su cinque livelli (da DSAC 1 per “altissima urgenza” a DSAC 5 che è normale). Dati inspiegabilmente segretati. Ciò nonostante alcuni sono emersi: ad esempio, la diga di Whittier Narrows nella contea di Los Angeles sarebbe tra le più pericolose. Un rapporto del 2020 afferma che “è l’unica diga DSAC 1 nella nazione non ancora in fase di progettazione o costruzione”. Una diga in condizioni di pericolosità estreme, con rischi potenziali per la vita delle persone, ma per la quale non si fa nulla.
Nonostante questa situazione a metà strada tra il ridicolo e lo scandaloso, solo poche dighe sono sottoposte ai controlli dovuti: delle 738 dighe monitorate dal Corpo del Genio dell’Esercito, solo poche vengono ispezionate ogni anno, e la relazione 2020 dell’agenzia parla di solo 67 ispezioni di sicurezza effettuate durante l’anno. Di queste circa il 13% avrebbe fatto registrare un DSAC che comprende seri rischi, 9 sono state classificate DSAC 2, con rischio urgente perché le probabilità di guasto durante le normali operazioni o a causa di forti piogge è “troppo alte per garantire la sicurezza pubblica”.
Secondo alcune stime per mettere in sicurezza le dighe degli USA sarebbero necessari circa settanta miliardi di dollari (65,89 miliardi di dollari per le dighe non-federali, quelle gestite dai singoli stati, e 4,78 miliardi di dollari per quelle federali). Un investimento considerevole, ma ben poca cosa se si pensa a quanto spendono ogni anni gli USA in armi e armamenti. E soprattutto un investimento irrinunciabile per evitare che queste infrastrutture “strategiche” per gli Stati Uniti, abbandonate al degrado, possano mettere a rischio non solo l’economia ma anche la vita delle persone.
Pare tuttavia che il governo non sia disposto a fare molto per risolvere questo problema. Le denunce lanciate dall’Association of State Dam Safety Officials (ASDSO), che monitora da anni lo stato di salute delle dighe, rimangono spesso inascoltate. Vani anche gli appelli lanciati lo scorso 31 maggio, in occasione del National Dam Safety Awareness Day, la giornata dedicata alla tutela e alla preservazione delle dighe negli Stati Uniti d’America, introdotta il 31 maggio del 1889 dopo il crollo della South Fork Dam vicino alla città di Johnstown, in Pennsylvania, che causò la morte di 2.200 persone. Chi sperava in azioni concrete ha ricevuto in cambio solo frasi di rito: “Garantire acqua potabile pulita e sicura è un diritto in tutte le comunità”, ha dichiarato il presidente Joe Biden che ha promesso di “investire nella riparazione di condutture idriche e sistemi fognari, nella sostituzione di condutture di servizio, nell’aggiornamento degli impianti di trattamento e nel monitoraggio della qualità dell’acqua”. Ha anche detto che nel suo programma è inclusa “la protezione dei bacini idrografici e degli impianti per l’acqua pulita, sviluppando infrastrutture verdi e soluzioni naturali”. Ma da qui ad agire concretamente la strada è lunga.
Le infrastrutture d’acqua sono tra le urgenze più serie negli USA. La loro età media è di 57 anni, ma molte (oltre 8.000) hanno più di 90 anni.
Un rischio che non riguarda solo le persone ma anche la fornitura di energia elettrica: sono oltre 2.700 dighe americane, il 3% del totale, che servono alla produzione idroelettrica. Tra i suoi primi ordini esecutivi di Biden appena eletto presidente vi è la nomina di Rich Glick a capo della Federal Energy Regulatory Commission (FERC). “Questo è un momento importante per compiere progressi significativi nella transizione verso un futuro di energia pulita”, disse Glick. Il suo primo impegno fu avviare un’indagine, ma non su come mettere in sicurezza le dighe, bensì su come garantire che le aziende che possiedono dighe abbiano risorse finanziarie sufficienti per mantenerle in condizioni almeno sufficienti. Gli eventi furono più rapidi delle azioni del governo: a maggio 2020 crollò la diga Edenville, nel Michigan, causando il cedimento anche della diga Sanford, a valle. Poco prima in California una lesione dello sfioratore d’emergenza della diga di Oroville rischiò di scaraventare un muro di dieci metri d’acqua su tre contee a nord di San Francisco, costringendo ad evacuare 180mila persone.
E da allora poco è cambiato. Basti pensare che in molti casi non si sa nemmeno di chi sia la competenza degli interventi da realizzare. Delle 91.457 dighe censite, 57.934 (il 63%) sono di proprietà privata, il 20% (18.297) sono locali e il 4,1% (3.827) è di proprietà federale. Un altro 4,2% (3.845) è controllato da “public utility” e il 7,4% (6.728) è di proprietà di singoli Stati. Ma il dato più interessante è che ben 1.366 dighe sono tuttora “indeterminate”: in altre parole, nessuno sa a chi appartengono e quindi chi deve curarsi della loro manutenzione e messa in sicurezza.