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A febbraio la Apple aveva clamorosamente deciso di non osservare l’ordinanza del giudice federale Shari Pym di collaborare con l’Fbi per decriptare l’iPhone di Syed Rizwan, uno dei due terroristi jihadisti dell’attentato di San Bernardino, in California, del 2 dicembre, costato la vita a 14 vittime persone.

L’ad. di Apple, Tim Cook, aveva fatto sapere il suo rifiuto motivandolo con il fatto che si sarebbe venuto un “precedente pericoloso”, per cui le autorità federali e gli hacker avrebbero trovato accesso ad un prodotto pensato apposta per essere inaccessibile e conservare la privacy degli utenti. “Quello che ci ha chiesto il giudice – aveva affermato Cook, trovando la solidarietà di Twitter e di Facebook – è qualcosa che semplicemente non abbiamo e che consideriamo troppo pericoloso creare”.

Tuttavia questa mattina l’Fbi ha reso noto di essere stata in grado di sbloccare l’iPhone 5C e quindi di non ritenere più necessaria la collaborazione di Apple per la creazione di un codice di decriptazione.

La notizia, un fulmine a ciel sereno per Apple, ha portato gli inquirenti a chiedere l’annullamento dell’udienza prevista oggi presso il tribunale di Riverside, con la quale veniva stabilita l’obbligatorietà della cooperazione alle indagini da parte dell’azienda di Cupertino.

Solo ieri Tim Cook aveva insistito nell’appello per la protezione della privacy e dei dati degli utenti, ed aveva affermato che “in questa lotta non ci tireremo indietro”.

Da quanto si è appreso l’Fbi si sarebbe rivolta ad un tecnico esterno che è stato in grado di arrivare alla decriptazione del cellulare del terrorista.