di Giuseppe Gagliano –

La crisi iraniana non si gioca soltanto tra Teheran, Tel Aviv e Washington, ma anche all’interno dell’apparato americano. Le dimissioni di Tulsi Gabbard dalla direzione dell’intelligence nazionale arrivano infatti in una fase estremamente delicata, mentre proseguono i tentativi diplomatici per evitare una nuova escalation militare contro l’Iran.

Ufficialmente motivate dalle condizioni di salute del marito, le dimissioni assumono però un peso politico evidente. Gabbard rappresentava una delle poche figure dell’amministrazione di Donald Trump ad aver espresso dubbi sulla narrativa dell’Iran vicino alla costruzione della bomba atomica. Una posizione che indeboliva l’argomento principale utilizzato dai sostenitori di un intervento militare preventivo.

La vicenda evidenzia una frattura interna a Washington tra chi considera prioritario evitare una nuova guerra in Medio Oriente e chi, invece, spinge per aumentare la pressione su Teheran. In questo quadro cresce il peso delle posizioni più dure vicine al governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, che continua a considerare l’Iran la principale minaccia strategica regionale.

La crisi va ben oltre il dossier nucleare. Per Stati Uniti e Israele, l’Iran rappresenta un centro di potere regionale autonomo, dotato di capacità missilistiche, reti di alleanze e influenza politica in Medio Oriente. Colpire Teheran significherebbe tentare di ridimensionare un sistema di deterrenza e di proiezione strategica costruito negli ultimi decenni.

Nel frattempo si muove anche la diplomazia regionale. Il Pakistan ha intensificato i contatti con l’Iran attraverso il ministro dell’Interno Mohsin Naqvi e il capo di Stato Maggiore Asim Munir. Islamabad teme che una guerra aperta possa destabilizzare ulteriormente la regione. Parallelamente il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif si è recato in Cina, segnale dell’interesse di Pechino a evitare una crisi che minaccerebbe le rotte energetiche del Golfo e la stabilità dell’Asia occidentale.

Anche il Qatar continua a svolgere un ruolo di mediazione informale, mantenendo canali aperti sia con Washington sia con Teheran. Doha punta soprattutto a costruire una tregua politica capace di impedire una nuova escalation immediata.

Dal punto di vista militare, un conflitto contro l’Iran sarebbe molto diverso dalle guerre combattute dagli Stati Uniti in Iraq o Afghanistan. Teheran dispone di un vasto territorio, infrastrutture disperse, capacità missilistiche mobili, reti regionali e strumenti di guerra asimmetrica. Un eventuale attacco potrebbe provocare rappresaglie contro basi americane nella regione, minacce allo Stretto di Hormuz, sabotaggi energetici, cyberattacchi e destabilizzazione dell’Iraq e del Libano.

Il nodo economico è altrettanto centrale. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei passaggi più importanti per il commercio energetico globale. Anche una crisi limitata farebbe salire i prezzi di petrolio e gas, colpendo soprattutto Europa e Asia. L’aumento dei costi energetici aggraverebbe l’inflazione e la pressione sulle industrie energivore.

Sul piano geoeconomico, l’Iran rappresenta inoltre un nodo strategico nei collegamenti tra Golfo, Asia centrale, Russia, Cina e subcontinente indiano. Colpire Teheran significherebbe anche ostacolare la proiezione cinese nella regione e complicare la costruzione di corridoi alternativi all’ordine economico occidentale.

Il paradosso è che anni di sanzioni e pressione economica non hanno isolato completamente l’Iran. Al contrario, hanno spinto Teheran a rafforzare i rapporti con Russia, Cina e altri Paesi interessati a costruire circuiti economici alternativi.

La posizione di Trump resta il principale elemento di incertezza. Il presidente americano alterna aperture negoziali e toni aggressivi, oscillando tra la volontà di evitare nuove guerre e la pressione esercitata dai falchi dell’apparato strategico americano e dagli alleati regionali.

Le dimissioni di Gabbard vengono così interpretate come il segnale di un indebolimento delle posizioni più prudenti all’interno dell’amministrazione. Quando una figura contraria all’escalation esce di scena nel momento più delicato, aumenta il rischio che il confronto venga gestito con minori freni politici e diplomatici.

Il pericolo principale, però, non è soltanto l’eventualità di un attacco, ma l’assenza di una strategia per gestirne le conseguenze. L’esperienza americana in Iraq, Afghanistan e Libia ha mostrato che la superiorità militare non garantisce automaticamente stabilità politica.

Per questo la diplomazia di Pakistan, Qatar e Cina assume oggi un’importanza decisiva. Non rappresenta ancora una soluzione definitiva, ma uno degli ultimi argini contro una crisi che potrebbe rapidamente trasformarsi in una guerra regionale dagli effetti economici, militari e geopolitici difficilmente controllabili.