di Giuseppe Gagliano

Con il consueto stile da annunciatore di reality show più che da capo di Stato, Donald Trump ha rilanciato un progetto dal sapore reaganiano ma dalle implicazioni letali: il “Golden Dome”, un sistema di difesa missilistica globale da 175 miliardi di dollari, pensato per intercettare missili in ogni fase del loro volo, persino prima che vengano lanciati. Dietro il lessico da epopea futuristica si cela una strategia vecchia come il mondo: affermare l’egemonia americana ridimensionando, militarmente, tecnologicamente, simbolicamente, quella cinese. E farlo, come da manuale trumpiano, senza consultare nessuno, nemmeno gli alleati.

Pechino ha espresso “seria preoccupazione”, definendo il progetto come una violazione dell’equilibrio strategico globale. E in effetti lo è. La Cupola Dorata non è un ombrello difensivo, come il marketing del Pentagono vorrebbe far credere, ma un’arma geopolitica totale. Non protegge solo il territorio americano: lo proietta nello spazio, lo consolida come unica potenza in grado di dominare anche il teatro extratmosferico, e lo trasforma in un sorvegliante orbitale permanente, capace di neutralizzare preventivamente ogni capacità balistica avversaria.

Questa è la vera posta in gioco: non evitare i conflitti, ma renderli unilaterali. Togliere a Cina, Russia, Iran e chiunque altro la possibilità stessa di rispondere. Si tratta, per dirla con chiarezza, di una “supremazia armata assoluta”, il cui fine non è tanto la difesa della patria quanto il consolidamento della leadership imperiale americana, proprio mentre questa si sgretola sotto i colpi della competizione multipolare.

Il progetto va letto all’interno di una più ampia offensiva strategica contro la Cina. Da mesi, l’amministrazione Trump agisce su diversi fronti con un obiettivo ricorrente: sgonfiare l’ascesa di Pechino. Lo fa attraverso dazi, restrizioni sull’export tecnologico, alleanze navali nell’Indo-Pacifico, pressioni su Taiwan, e ora anche con l’estensione verticale della deterrenza, direttamente nello spazio.

Secondo Washington la Cina starebbe sviluppando tecnologie missilistiche ipersoniche e satellitari capaci di superare le attuali difese americane. Invece di rafforzare i canali diplomatici e rilanciare gli accordi sul controllo degli armamenti, Trump risponde con la militarizzazione assoluta: un sistema in grado, almeno in teoria, di disattivare l’arsenale strategico cinese e rendere inutili i missili balistici di seconda generazione in dotazione all’Esercito Popolare di Liberazione.

Ma in questo azzardo c’è un paradosso: più si cerca la “sicurezza assoluta”, più si alimenta l’instabilità globale. Pechino, davanti a un sistema che potrebbe neutralizzare la sua capacità di rappresaglia, avrà due opzioni: adeguarsi al diktat strategico americano o sviluppare contromisure sempre più sofisticate, innescando una nuova corsa agli armamenti che coinvolge lo spazio, la rete, e il cyberspazio.

È su questo terreno che si consuma il vero strappo. Per decenni, il fragile equilibrio tra superpotenze è stato garantito da una dottrina di mutua deterrenza: “io posso colpirti, ma tu puoi colpire me”. Era un paradosso, certo, ma funzionava. Con la Golden Dome, quel patto implicito viene infranto. Se l’America sarà in grado di abbattere ogni missile nemico, nessuno potrà più colpirla. E se nessuno può colpirla, allora può colpire chiunque.

Non è un’ipotesi teorica: è il preludio alla fine della simmetria strategica. L’ultimo freno alla guerra globale potrebbe saltare, e la diplomazia diventare un’appendice irrilevante della superiorità tecnica.

L’aspetto più cinico dell’intera operazione è che, dietro la retorica patriottica, si muovono interessi industriali colossali. I costi del progetto, 175 miliardi solo per l’inizio, 542 miliardi nei prossimi vent’anni, sono una manna per i contractor del complesso militare-industriale americano. Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman e SpaceX stanno già accaparrandosi commesse e brevetti. Lo spazio non è più un bene comune dell’umanità, ma un campo di battaglia sovranista.

Trump, che ha ereditato da Reagan l’ossessione per la “Star Wars”, vuole entrare nella storia come il presidente che ha messo il cielo sotto controllo. E nel farlo, apre una nuova fase della competizione strategica, non tra eserciti, ma tra algoritmi, droni orbitali e laser ad alta energia.

La Cupola Dorata non ci proteggerà dalle guerre. Le renderà più asimmetriche, più tecnologiche, più rapide. Il progetto non è un’utopia difensiva, ma una dichiarazione d’intenti bellici. E chi ancora si illude che basti un sistema di intercettazione per evitare i conflitti dovrebbe ricordare che tutte le guerre del XXI secolo sono iniziate senza bisogno di missili intercontinentali.

In questo scenario, la domanda che resta inevasa è semplice: quale mondo sta progettando l’America di Trump? Uno sicuro, davvero? O uno in cui l’unica legge valida è quella del più armato?