di Giuseppe Gagliano

L’ambasciatore statunitense alla NATO, Matthew Whitaker, ha accusato la Cina di “sovvenzionare” la guerra russa in Ucraina. Una dichiarazione che segna un ulteriore passaggio nel conflitto globale che, dalla trincea ucraina, si estende ora ai bilanci energetici e commerciali del mondo multipolare. Dietro la retorica delle sanzioni e dei dazi, si profila una strategia strutturata: non solo punire la Russia, ma anche contenere l’espansione economica e geopolitica della Cina. La guerra, dunque, non è più solo sul campo. È nei flussi di greggio, nei contratti di esportazione, nella logistica marittima e nella diplomazia commerciale.

Secondo Whitaker, Pechino starebbe conducendo una guerra per procura contro l’Occidente, sostenendo economicamente Mosca per mantenere impegnati gli Stati Uniti in Europa orientale e, al tempo stesso, ridurre la loro capacità di reazione strategica in Asia-Pacifico. È un’accusa pesante, che va ben oltre la semplice critica all’acquisto di petrolio russo. Si tratta di una ridefinizione dell’alleanza sino-russa come minaccia strategica integrata, un blocco unico che punta a ridisegnare gli equilibri globali. Ma la vera novità è la minaccia esplicita: dazi del 100% sulle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, se Pechino continuerà a finanziare, indirettamente, lo sforzo bellico del Cremlino.

L’amministrazione Trump ha chiarito che non si limiterà a colpire direttamente Mosca. Saranno presi di mira anche i Paesi che, in nome di interessi energetici o commerciali, mantengono attivi i canali economici con la Russia. Cina, India, Brasile: chi importa petrolio russo rischia rappresaglie commerciali severe. Ma la Cina, in particolare, è il bersaglio principale. È il primo acquirente di greggio russo, partner tecnologico e industriale di Mosca, e fornitore chiave di componenti dual-use, impiegati anche nel settore della difesa. La strategia americana è chiara: colpire gli alleati economici della Russia per isolarla definitivamente e interrompere la sua capacità di finanziare la guerra.

La pressione americana nasce da un calcolo energetico. Il petrolio e il gas rappresentano circa un terzo delle entrate statali russe. Limitando queste esportazioni, Washington punta a soffocare la macchina militare russa. Ma dietro le cifre si nasconde uno scontro di sistemi: il dollaro e i flussi bancari occidentali da un lato, la crescente interdipendenza tra Mosca e Pechino dall’altro. Il South China Morning Post ha rivelato che Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, avrebbe detto chiaramente a Bruxelles che la Cina “non può permettersi” che la Russia perda la guerra. Una frase che fotografa la profondità dell’alleanza strategica sino-russa, ben oltre gli accordi commerciali.

Minacciare la Cina di sanzioni è una mossa ad alto rischio. Gli Stati Uniti dipendono ancora, in parte, dai beni importati dalla Repubblica Popolare, e una guerra commerciale totale produrrebbe contraccolpi sui prezzi interni, sulle filiere tecnologiche e sulla stabilità dei mercati finanziari. Tuttavia, Trump sembra disposto a correre il rischio, nella convinzione che solo una pressione simultanea su Mosca e Pechino possa ribaltare le dinamiche del conflitto ucraino. Ma la Cina ha già dimostrato di saper resistere: ha diversificato i mercati, aumentato l’autosufficienza in settori chiave e stretto alleanze con Paesi sottoposti a sanzioni, come Iran e Venezuela.

Secondo Washington, se la Russia non accetterà un accordo di pace entro 50 giorni, scatteranno le sanzioni secondarie. Ma che tipo di pace si vuole imporre? Una resa russa? Una spartizione territoriale? O solo un congelamento del conflitto per spostare l’attenzione su Taiwan? Il fatto che il termine di scadenza coincida con la prossima visita di Putin in Cina, per il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, suggerisce che la mossa americana sia pensata anche per spingere Pechino a “convincere” Mosca a cedere. Una diplomazia del ricatto che rischia di fallire, alimentando invece la narrativa cinese del “doppio standard” occidentale e rafforzando l’asse eurasiatico.

Le accuse rivolte alla Cina rappresentano un salto di qualità nella competizione globale. Non si tratta più solo di contenere la Russia, ma di ridisegnare l’ordine internazionale, costringendo Pechino a scegliere tra il mercato occidentale e la fedeltà geopolitica a Mosca. È una strategia audace, ma anche pericolosa. Perché se la Cina risponderà con contromisure, se l’India deciderà di sfidare le sanzioni, se il Sud globale si schiererà contro le imposizioni unilaterali, allora l’Occidente scoprirà di essere meno compatto e meno dominante di quanto immagini. La guerra in Ucraina, da tragedia locale, si sta trasformando nel banco di prova di un nuovo ordine mondiale.