Usa. L’ambasciatore in Turchia Barrack, ‘abbiamo promosso 93 colpi di Stato, tutti falliti’

di Giuseppe Gagliano

Nelle pieghe della diplomazia statunitense riemerge una verità che per decenni è rimasta nell’ombra o è stata trattata come un segreto di Pulcinella. Thomas Barrack, ambasciatore americano in Turchia e uomo di fiducia del presidente Trump, ha dichiarato che dal 1946 a oggi gli Stati Uniti avrebbero promosso 93 colpi di Stato o cambiamenti di regime. Tutti, secondo lui, falliti. Che a dirlo sia un diplomatico ancora in servizio rende la questione ancor più significativa: è un’ammissione di metodo e di identità, quasi la demolizione spontanea della storica retorica sulla “democrazia da esportare”.
Dietro lo schermo delle dichiarazioni idealistiche infatti si è mosso per decenni un meccanismo di potere che concepiva il mondo come un’enorme scacchiera, dove governi, popoli e regioni erano tasselli da muovere per garantire la supremazia americana. Ma oggi, nella fase di ridefinizione strategica voluta da Trump, questo paradigma sembra vacillare. Non perché Washington abbia improvvisamente maturato un’inedita sensibilità per l’autodeterminazione altrui, ma perché la priorità è cambiata: l’America vuole fare meno guerra e più affari; meno missioni infinite e più accordi vantaggiosi; meno ideologia e più calcolo economico.
È un mutamento che parte dalla constatazione di un limite. Le avventure militari del passato non hanno portato benefici strutturali: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono i simboli di una strategia costosa, logorante e sempre più impopolare. Così, la nuova dottrina sceglie un’altra strada: se un Paese è piccolo, fragile o eccessivamente dipendente, gli si parla il linguaggio del denaro. Si negozia un corridoio, si stringe un accordo minerario, si offre un ruolo alle imprese americane. Se invece l’interlocutore è un gigante strategico, allora si parla la lingua della geopolitica: trattare con la Russia per congelare crisi regionali, con la Cina per evitare scontri frontali, mantenendo un perimetro di competizione gestibile.
L’Europa rimane fuori da entrambe le categorie. Non è piccola abbastanza da essere trattata come un mercato da conquistare, né grande abbastanza da essere considerata un interlocutore strategico. Per Washington, oggi, il Vecchio Continente è un corpo stanco, consumato dalla burocrazia, incapace di prendere decisioni rapide e privo di una visione autonoma. Gli Stati Uniti non ritengono più necessario “difendere” l’Europa come un tempo, sia sul piano militare sia su quello politico. La sua rilevanza non è più data per scontata.
È qui che si inserisce la paura che serpeggia in vari Paesi europei: la possibilità di una nuova Yalta. Un mondo spartito tra Washington e Pechino, con l’Europa relegata a spettatrice. Una prospettiva che suscita allarmi, accuse di tradimento, proclami etici. Eppure la memoria corta non aiuta: l’Europa che oggi reclama spazio è la stessa che ha avallato interventi militari disastrosi, che ha tollerato – quando non sostenuto – la destabilizzazione del Medio Oriente e del Nord Africa, che ha osservato senza agire il massacro dei civili palestinesi. Per anni ha scambiato l’allineamento con Washington per una forma di virtù, e ora scopre che quel legame era meno saldo di quanto sperato.
L’America di Trump inoltre è diversa da quella del 2016. Non più improvvisata o disordinata, ma convinta di dover ridefinire il proprio ruolo globale per non disperdere energie. Meno interventi diretti, più diplomazia transazionale: ogni crisi diventa una merce di scambio, ogni negoziato un’occasione di accumulazione di potere economico. L’esempio più visibile è la recente serie di mediazioni in regioni altamente instabili: la gestione del corridoio di Zangezur tra Armenia e Azerbaigian; il tentativo di ricucire rapporti tra India e Pakistan; perfino la convocazione a Washington dei leader di Congo e Ruanda, con sul tavolo non solo la pace ma anche i giganteschi giacimenti minerari congolesi.
È un approccio che non rinuncia al potere, ma lo esercita in modo più “imprenditoriale”. E l’ammissione di Barrack sui novantatré colpi di Stato falliti ha un valore simbolico: segnala la fine di un ciclo, quello dell’ingegneria politica su vasta scala, che aveva trasformato Stati e regioni in laboratori di esperimenti destinati quasi sempre alla disillusione.
Ora il rischio è un altro. Che nel passaggio da un’America interventista a un’America selettiva, l’Europa rimanga schiacciata tra potenze che trattano direttamente il destino del mondo. Senza un’autonomia strategica, senza una politica estera coerente, senza una capacità industriale che la renda indispensabile, il Vecchio Continente rischia di diventare una zona di influenza più che un attore politico.
È questa, in fondo, la lezione più amara che emerge dalle parole di Barrack. Non la confessione dei fallimenti passati, ma la descrizione del futuro: un mondo in cui l’America non rinuncia al proprio potere ma lo indirizza verso ciò che considera davvero decisivo, lasciando l’Europa a interrogarsi sulle macerie della sua dipendenza.
Se gli Stati Uniti cambiano pelle, l’Europa non può continuare a vivere del riflesso di un’epoca ormai finita. E forse è proprio questo, oggi, il cambiamento più difficile da accettare.