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Un uomo va al lavoro nel suo furgone, con il fratello e altri due colleghi a bordo. Non tornerà a casa. Lorenzo Salgado Araujo, cittadino messicano residente da 35 anni negli Stati Uniti, è morto martedì dopo essere stato colpito all’addome durante un controllo stradale a Houston condotto da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, la famigerata Ice americana. È l’ultimo nome che si aggiunge al conto delle vittime della ripresa delle deportazioni di massa volute dall’amministrazione Trump, riattivate dopo il rallentamento della primavera.

La ricostruzione ufficiale ha già cambiato versione una volta. Le autorità federali avevano inizialmente presentato Araujo come il bersaglio dell’operazione, descrivendolo come un “immigrato clandestino” che avrebbe “trasformato il suo veicolo in un’arma” tentando di investire un agente, il quale avrebbe reagito aprendo il fuoco. Giovedì, però, una portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna ha corretto la versione: Araujo non era l’obiettivo del blitz. Gli agenti cercavano un cittadino guatemalteco che ritenevano si trovasse sul sedile del passeggero del furgone da lui guidato. Nessun filmato dell’episodio è stato reso pubblico.

La ricostruzione del New York Times dice che al momento del fermo, attorno alle 6:50 del mattino, Araujo si stava dirigendo verso un cantiere edile insieme al fratello minore Victor Hugo, tuttora detenuto in un centro per immigrati a Conroe, in Texas, e ad altri due lavoratori. Sui social sono circolati video che mostrerebbero agenti chini su un uomo che si tiene l’addome, e un altro uomo a terra, ammanettato, che urla di dolore. Il figlio Ronaldo Salgado ha raccontato di aver appreso la notizia della morte del padre non dall’ospedale né dalla polizia, ma da un post sui social: “Ho saputo della morte di mio padre da una notizia sui social media, non dall’ospedale, né dalle forze dell’ordine. Non meritava di morire”.

Sull’accaduto indagano ora sia l’ispettorato generale del Dipartimento per la Sicurezza Interna sia l’ufficio dell’FBI di Houston, quest’ultimo però concentrato sull’accusa – mossa postuma ad Araujo – di aggressione a un agente federale.

Cinquantadue anni, marito, padre di tre figli, imprenditore edile: Araujo era arrivato a un passo dalla residenza legale, con le impronte digitali già consegnate agli uffici dell’immigrazione e il permesso di lavoro atteso nel giro di pochi mesi, secondo quanto riferito dai figli. La mattina della sua morte aveva seguito la routine di sempre, la stessa che normalmente si chiudeva la sera in veranda, con il cane e la moglie, nella casa che aveva costruito con le proprie mani

Il caso si inserisce in una serie che continua ad allungarsi. Da un anno a questa parte, agenti federali hanno aperto il fuoco contro almeno 21 persone, spesso colpite mentre erano ancora dentro le loro auto: cinque i morti, tre dei quali cittadini statunitensi. A gennaio, a Minneapolis, un’operazione durata settimane era costata la vita a due americani, Renee Good e Alex Pretti. A febbraio è emerso un terzo caso di cittadino Usa ucciso, risalente al marzo 2025 in Texas. In molte di queste sparatorie gli agenti hanno giustificato l’uso delle armi accusando gli automobilisti di tentata aggressione, accuse che in tribunale sono state spesso smontate.

* Fonte: agenzia Dire.