di Guido Keller –
Resta alta la tensione a Ferguson, città del Missouri di 21mila anime di cui tre quarti afroamericane, dove lo scorso 9 agosto un poliziotto ha sparato e ucciso il 18enne Micheal Brown, disarmato (stava andando a trovare la nonna) e colpevole solo di stare camminando in mezzo alla strada. Almeno questa la versione riferita da un amico che lo accompagnava, mentre la polizia ha parlato, seppur con giorni di ritardo, dell’aggressione di Brown a un agente e del tentativo di furto di un’arma.
Da subito nella cittadina è montata la protesta in quanto quello di Brown appare essere l’ennesimo colpo di pistola facile del poliziotto bianco nei confronti del cittadino di colore, ma ad alimentare la tensione è stata la decisione delle autorità di non rendere da subito noto il nome del poliziotto omicida, temendo ritorsioni.
I cortei di protesta e gli eccessi si susseguono da allora quasi ininterrottamente, con nutriti gruppi di pacifisti con le mani alzate che hanno sfidato il coprifuoco imposto dal il governatore del Missouri Jay Nixon e l’ordine della polizia di sciogliersi, ma anche con manifestazioni violente, specie nella notte, quando si sono moltiplicati i saccheggi dei negozi e gli atti di vandalismo.
Nelle intenzioni di Nixon vi è quella di mantenere la situazione sotto controllo, mentre “Non vogliamo far tacere gli abitanti di Ferguson, ma contenere chi porta avanti azioni nocive e violenze. Vogliamo risposte per quello che è accaduto e trasparenza”.
A Ferguson, tuttavia, non vi sono solo i numerosi cittadini di colore a manifestare, ma sono confluiti nella città giovani un po’ da tutto il paese, per cui il centro è diventato il contenitore di una miscela esplosiva fatta di protesta contro l’odio razziale ancora oggi palpabile negli Stati del sud, risentimento verso il potere e quant’altro che si trasforma, come ha denunciato la polizia, in “attacchi coordinati, messi a segno con molotov, saccheggi, vandalismo e altri atti premeditati”, cominciati dopo che gli agenti avevano reagito ai colpi di pistola sparati da un civile.
Al governatore Nixon, il quale ha spiegato che “La scorsa notte, in una giornata di speranza, preghiere e manifestazioni pacifiche sono state rovinate dalle violenze di un gruppo di individui”, non è restato altro da fare che invocare l’aiuto della Guardia nazionale al fine di “ristabilire la pace e l’ordine nella comunità”.
La protesta si sta espandendo a macchia d’olio interessando altre città e a Berkeley, in California, vi sono stati alcuni arresti per atti vandalici; a Oakland, sempre nel Missouri, un poliziotto che sorvegliava un corteo è stato aggredito, fortunatamente in maniera non grave.
Nel frattempo è uscito il referto del medico autoptico, il quale ha rivelato che Michael Brown è stato colpito con sei proiettili, di cui due alla testa. Sul corpo non vi è polvere da sparo, segno che i colpi sono stati esplosi a distanza, ma quest’ipotesi resta ancora tale perché, a quanto si è saputo, il medico incaricato dalla famiglia non ha avuto ancora accesso ai vestiti della vittima.
E’ invece ormai di dominio pubblico l’identità di Bryan P. Willman, il poliziotto che ha sparato, dopo che Anonymous l’ha diffusa su Twitter: l’immagine, corredata di dati anagrafici e indirizzo, è stata tratta dal profilo Facebook di “Scooby Willman”, pseudonimo, secondo @TheAnonMessage, del poliziotto autore del delitto.
Se non negli Stati Uniti fa invece ancora parlare il mezzo incidente diplomatico accaduto tre giorni fa quando la polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operatori al-Jazeera e ha ritirato loro le telecamere, come hanno testimoniato le immagini scattate dalla televisione locale KSDK.
Il presidente Barak Obama ha affermato che “la polizia non dovrebbe fare bullismo o arrestare giornalisti che stanno cercando di fare il loro lavoro”. Ha poi aggiunto da Martha’s Vineyard, in Massachusetts, dove è in vacanza, che “non c’è mai una scusa per la violenza contro i poliziotti” ma allo stesso tempo “non c’è nemmeno alcuna scusa per la polizia per avere utilizzato la violenza contro manifestazioni pacifiche”.
Da canto suo la tv panaraba, che trasmette dal Qatar, ha diffuso un comunicato nel quale ha affermato che “Siamo sbalorditi da questo assalto alla libertà di stampa” e ha chiesto l’apertura di un’indagine; ha quindi paragonato quanto sta succedendo a Ferguson agli scontri e all’uso della forza da parte della polizia a piazza Tahrir, in Egitto e ha concluso riportando che Ferguson “Non sembra una città americana”.

