di Giuseppe Gagliano –
Nelle interviste dei grandi generali spesso si intravede un filo di nostalgia per un ordine che non c’è più. Nel caso di David Petraeus c’è anche un ammonimento: nessuno desidera la fine di una guerra più di chi ne ha visto il costo umano. Ma dietro questa verità, Petraeus tratteggia un quadro che rivela tutta la fragilità della partita diplomatica in corso sull’Ucraina. I negoziati, presentati come un avvicinamento alla pace, restano appesi alla capacità di Mosca di fare concessioni reali e alla volontà di Kiev e Washington di accettare compromessi territoriali che finora apparivano indicibili. Il fatto che si discuta perfino della cessione di aree che la Russia non è riuscita a conquistare indica quanto la ricerca di un accordo rischi di trasformarsi in un riconoscimento politico più che militare dei risultati di Mosca.
Petraeus lo dice chiaro: se l’Ucraina dovrà cedere qualcosa, allora l’occidente dovrà offrirle garanzie “a prova di bomba”. Una formula che ricorda l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica ma che, nella realtà, nessuno sembra in grado di rendere davvero vincolante. Le potenze occidentali sono riluttanti ad assumere impegni che le obblighino a una guerra diretta con la Russia. E infatti Petraeus spinge su ciò che appare come la soluzione “meno impegnativa”: non soldati sul terreno, ma armi, munizioni, sistemi tecnologici e difese missilistiche. Una rassicurazione che non richiede bandiere sui campi di battaglia, ma che sposta ancora una volta il baricentro verso un’economia di guerra permanente.
Il generale tocca poi il nervo più scoperto della politica europea: l’enorme massa di riserve russe congelate nelle banche del continente. Centinaia di miliardi che potrebbero diventare la linfa per sostenere Kiev nel medio periodo, finanziarne la produzione industriale bellica e riequilibrarne una vulnerabilità economica che oggi pesa sulla tenuta dello Stato. Ma l’Europa, prigioniera delle sue divisioni, continua a oscillare tra scrupoli giuridici e timori geopolitici, incapace di riconoscere che lo strumento più potente che ha in mano complica i piani di Mosca molto più di qualsiasi sanzione marginale.
Seconda mossa invocata da Petraeus: colpire ancora e più duramente l’economia di guerra russa. È l’ennesimo appello a un dispositivo che l’Occidente ripete da due anni e mezzo, quasi fosse un mantra. Il generale insiste sulla presunta fragilità dell’economia russa, sul fondo sovrano in esaurimento, sul peso delle spese militari. Indicatori che dicono qualcosa, ma non tutto. Perché Mosca, in questo tempo, ha dimostrato una resilienza che né Washington né Bruxelles avevano messo in conto. E soprattutto ha trovato nella Cina un fornitore affidabile di tecnologia, componenti, magneti, chip, rafforzando una cooperazione industriale che le sanzioni non hanno scalfito ma accelerato.
Nell’analisi del generale c’è un punto che spesso l’Occidente tace: la guerra delle infrastrutture. Ogni notte droni ucraini colpiscono raffinerie e depositi russi, intaccando un settore che rappresenta una quota essenziale del bilancio del Cremlino. Una strategia che ribalta la narrazione di un’Ucraina solo vittima e che dimostra come Kiev stia costruendo un potere d’attacco autonomo, pericoloso per la Russia ma anche per chi, nel campo occidentale, teme una spirale incontrollabile.
Il Cremlino ripete da mesi che l’intero Donetsk cadrà presto nelle sue mani. Petraeus risponde con freddezza: la Russia non ha nemmeno intaccato seriamente la cintura fortificata ucraina. Ha avanzato poco, pagando un prezzo umano che supera perfino l’immaginazione di un veterano di due guerre. Se Mosca dovesse ottenere qualcosa al tavolo negoziale, non lo avrebbe conquistato sul terreno ma sulla leva politica: un punto che dice molto più della retorica trionfalista ascoltata da entrambe le parti.
Le parole del generale, in fondo, raccontano un Occidente che non sa decidere. Gli Stati Uniti oscillano tra il desiderio di chiudere il conflitto in fretta e la pressione di chi teme un accordo percepito come una resa. L’Europa, dal canto suo, esita davanti agli strumenti più incisivi e offre sostegni che non cambiano davvero gli equilibri. E l’Ucraina resta sospesa tra promesse grandiose e solitudini strategiche.
La chiave della pace, Petraeus lo lascia intendere, non è nei negoziati segreti né nelle pressioni diplomatiche. È nella capacità dell’Occidente di assumersi responsabilità che finora ha solo evocato. Se non lo farà, la guerra continuerà. E, come sempre, a pagarla saranno quelli che ne hanno già sopportato il costo più alto.




