di Mariarita Cupersito –
Mike Pompeo, Segretario di Stato Usa, ha affermato che “ci sono numerose prove sul fatto che il coronavirus arrivi da un laboratorio di virologia di Wuhan”. Secondo Pompeo la Cina “ha fatto tutto quello che ha potuto per assicurarsi che il mondo non sapesse in modo tempestivo dell’epidemia”, aggiungendo che può considerarsi “un classico sforzo di disinformazione comunista”.
Pompeo ha ribadito le sue tesi nel corso di un’intervista per la Abc: “Ricordate che la Cina ha una storia di infezioni propagate nel mondo e ha una storia di laboratori al di sotto degli standard. Questa non è la prima volta che abbiamo avuto il mondo esposto a un virus come risultato di errori in un laboratorio cinese”.
Per quanto riguarda l’ipotesi di una diffusione intenzionale Pompeo non si espone. “Credo che vi sia ancora molto da sapere, ma posso dire questo: abbiamo fatto del nostro meglio per cercare di rispondere a queste domande. Abbiamo cercato di inviare un team, ci ha provato pure l’Organizzazione mondiale della sanità, ma nessuno è stato autorizzato ad entrare in quel laboratorio o in altri, ce ne sono molti in Cina. Il partito comunista cinese si è rifiutato di collaborare con gli esperti, il rischio rimane”.
Le affermazioni del Segretario di Stato arrivano lo stesso giorno in cui i servizi segreti di cinque paesi muovono dure accuse alla Cina sulla gestione della pandemia. Un dossier dell’alleanza “Five Eyes”, composta dalle agenzie di intelligence di Usa, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda, sostiene che Pechino avrebbe tentato di occultare quel che è accaduto e punta i riflettori sulle rischiose metodologie utilizzate in un laboratorio di Wuhan. Nel documento, diffuso dal New York Post si ricorda che fino allo scorso 20 gennaio la Cina aveva smentito che il virus potesse trasmettersi tra gli esseri umani, mentre già a inizio dicembre vi sarebbero state evidenti prove del contrario.
Gli Stati Uniti registrano intanto un numero di decessi superiore a 66.000, con un americano morto ogni 44 secondi nel mese di aprile; lo stato più colpito è quello di New York. Dopo alcuni stati apripista come la Georgia, in queste ore altri otto si preparano a ripartire nonostante i numeri scoraggianti mentre si sono verificate numerose proteste negli stati in cui la ripartenza è stata rinviata per ragioni sanitarie. Confinati in casa senza stipendio, molti americani chiedono intanto che il governo sospenda il pagamento degli affitti e dei mutui fino alla fine dell’emergenza.




