di Giuseppe Gagliano –

Crollano le borse, s’infuriano gli alleati e tremano le grandi catene globali del valore. È l’effetto domino scatenato dai nuovi dazi americani voluti da Donald Trump, che – sotto la bandiera del protezionismo – stanno riscrivendo la mappa dei flussi economici internazionali. Con risultati tanto fragorosi quanto imprevedibili.

A Cupertino hanno contato una perdita superiore ai 500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Il colosso della mela, regina di Wall Street, paga caro il prezzo delle sue delocalizzazioni: il Vietnam oggi produce il 20% degli iPad, il 65% degli AirPods e il 5% dei MacBook. Una rete produttiva troppo esposta alla geopolitica, in cui si intrecciano partner come Foxconn, Luxshare, Intel, Samsung e LG.

Peggio ancora è andata a Nvidia, che dopo i dazi del 32% imposti da Trump sui prodotti taiwanesi ha bruciato 210 miliardi di valore in Borsa. La produzione dei semiconduttori in quell’area è diventata un boomerang.

Anche Amazon non ride: oltre metà dei venditori sulla piattaforma sono cinesi, un dato che ora rappresenta una minaccia più che un’opportunità.

Televisori, smartwatch, cuffie: il 65% dei prodotti venduti da Best Buy arriva dalla Cina, il 25% dal Messico. Il 3 aprile, il titolo è crollato del 13%. E se Walmart, Macy’s e J.C. Penney importano gran parte della merce dall’Asia, oggi si trovano strette in una morsa tra costi in aumento e clienti più cauti.

Le piattaforme come eBay e i servizi di pagamento (Stripe in primis) rischiano contraccolpi indiretti ma non meno gravi: meno transazioni significa meno commissioni e meno margini.

Il 95% delle scarpe Nike è prodotto in Cina, Vietnam e Indonesia – quest’ultima colpita da dazi al 32%. Il 60% dell’abbigliamento arriva da Cina, Vietnam e Cambogia. Non sorprende che il titolo Nike abbia perso il 2,5% in un solo giorno.

L’industria automobilistica è tra le più vulnerabili, proprio per l’intreccio di filiere globali costruite nel tempo. Ma è anche tra le più reattive: General Motors ha riportato la produzione di alcuni modelli (come il Chevrolet Silverado e il GMC Sierra) nello stabilimento di Fort Wayne, Indiana. Nissan ha bloccato il taglio dei turni a Smyrna (Tennessee), tentando di aumentare l’autonomia produttiva nazionale.

I servizi finanziari non erano nel mirino diretto dei dazi, ma hanno accusato il colpo. JPMorgan Chase e Goldman Sachs hanno perso insieme 279 miliardi di dollari. American Express è scesa del 10%, Visa del 2%, Mastercard del 5%. Gli investitori temono un effetto recessivo a catena.

Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca: l’Europa dell’Est, fedele a Trump e zelante nella retorica anti-russa, oggi raccoglie amare conseguenze. La Slovacchia, “la Detroit d’Europa”, esporta il più alto numero di auto pro capite al mondo. Con soli 5 milioni di abitanti, il settore auto dà lavoro a circa 200 mila persone. Ora il suo Pil rischia di subire perdite record.

Varsavia stima che i dazi americani taglieranno lo 0,4% del Pil, ovvero oltre 2,5 miliardi di dollari. In Slovacchia, l’impatto potrebbe essere peggiore in termini di volumi totali. La Banca centrale ceca prevede che il Pil potrebbe ridursi di tre punti percentuali entro il 2027.

Nel mirino anche i Balcani: Serbia (dazi al 37%), Bosnia (35%) e Macedonia del Nord (33%) sono tra i più colpiti. Mentre la famiglia Trump si prepara a costruire un mega-hotel da miliardi a Belgrado, le proteste contro il governo Vucic si intensificano.

E se i dazi sull’Unione Europea saranno quasi il doppio rispetto a quelli su Russia e Bielorussia, la domanda è lecita: chi sono i veri “nemici” per Washington? La Russia – già sotto sanzioni – non compare tra i destinatari della nuova stangata, nonostante nel 2024 ci siano stati 3 miliardi e mezzo di scambi con gli USA.

Il ministro ungherese degli Esteri, Péter Szijjártó, non usa mezzi termini: “L’Ue ha commesso un errore strategico. Se non si negozia, ci sarà un’altra batosta per l’Europa”.