di Giuseppe Gagliano

La storia economica insegna, ma la politica elettorale spesso dimentica. Lo scenario che si profila oggi con la reintroduzione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump, già approvata o anticipata nelle intenzioni del candidato repubblicano, è l’ennesima conferma di come il protezionismo, a certe condizioni, sia meno una cura e più una malattia. JPMorgan Chase & Co. prevede una recessione per l’economia statunitense già nel 2025, con un aumento del tasso di disoccupazione al 5,3%. Ma perché? Dove si annida la trappola?

Il meccanismo dei dazi è semplice: si applica una tassa sulle merci importate per renderle meno competitive rispetto a quelle prodotte internamente. Ma l’effetto non è quello che si spera. Negli USA, il 40% delle importazioni riguarda componenti industriali e beni intermedi, usati dalle imprese americane per produrre tutto, dagli elettrodomestici alle auto. Colpire queste importazioni significa aumentare i costi di produzione delle stesse aziende statunitensi. Quei costi, inevitabilmente, si trasferiscono sui prezzi finali. Risultato: l’inflazione sale, il potere d’acquisto scende, e i consumi rallentano.

Secondo un’analisi del Peterson Institute for International Economics, i dazi imposti nella prima era Trump (2018–2019) hanno già comportato un aumento dei costi annuali di circa 57 miliardi di dollari per le imprese americane e una perdita media di 600–1.000 dollari l’anno per le famiglie statunitensi. E ora, con dazi estesi a nuovi settori e con maggiori percentuali (si parla di un possibile 60% sulla Cina e del 10% su tutte le altre importazioni), gli effetti sarebbero esponenziali.

Trump presenta i dazi come una misura a favore del lavoratore americano. In realtà, secondo studi della Fed e del MIT, ogni posto di lavoro salvato grazie ai dazi ne comporta la perdita di 1,5 in settori che dipendono dall’importazione di materie prime. L’effetto netto è negativo, e con l’automazione e la robotizzazione dell’industria manifatturiera, il reshoring (il rientro in patria delle produzioni) si accompagna spesso a una riduzione della forza lavoro.

L’Europa e l’Asia sono i bersagli collaterali ma inevitabili. L’export europeo verso gli Stati Uniti vale oltre 500 miliardi di euro all’anno. Colpire quei flussi – diretti soprattutto verso l’automotive tedesco, il settore agroalimentare italiano e i beni tecnologici francesi – significherebbe ridurre la competitività delle imprese europee, indebolire le catene di valore integrate e alimentare la stagnazione già in corso in buona parte dell’UE.

Quanto all’Asia, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan sono fornitori strategici per il mercato americano di chip, batterie, apparecchiature mediche e beni elettronici. La rottura dei legami con questi Paesi non significherebbe solo aumentare i prezzi interni, ma anche spingere le economie asiatiche verso nuove alleanze regionali (RCEP, BRICS+) rafforzando la supremazia commerciale cinese proprio mentre si vorrebbe contenerla.

I dazi non sono parte di una strategia economica, ma di una strategia elettorale. Servono a dare un messaggio forte e identitario a una base elettorale che percepisce la globalizzazione come una minaccia e l’integrazione commerciale come una trappola. Ma le cause del declino del ceto medio americano non sono in Cina o in Messico, bensì in una redistribuzione della ricchezza sempre più sbilanciata verso l’alto e in un sistema fiscale che premia il capitale e penalizza il lavoro.