Usa. Trump firma il Presidential Memorandum: via da 66 organizzazioni internazionali

di Giuseppe Gagliano

Con un atto che ha il peso politico di una cesura storica, Donald J. Trump ha firmato un Presidential Memorandum che dispone l’uscita degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali. Non si tratta di un gesto simbolico né di una provocazione elettorale: è una scelta strutturale che mira a smantellare, pezzo dopo pezzo, l’architettura multilaterale costruita nel secondo dopoguerra e consolidata durante la Guerra fredda e il periodo unipolare. Washington interrompe la partecipazione e il finanziamento a 35 organismi non legati all’ONU e a 31 entità delle Nazioni Unite, segnando un cambio di paradigma che va ben oltre la contingenza politica.
Il provvedimento è l’esito di una revisione avviata a inizio 2025 dal segretario di Stato Marco Rubio, sulla base di un Executive Order emanato a febbraio. La Casa Bianca motiva la decisione sostenendo che molte di queste organizzazioni promuovono “agende globaliste” incompatibili con sovranità, prosperità economica e sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con un costo elevato per i contribuenti e benefici ritenuti marginali o nulli. La linea è coerente: l’America non intende più finanziare strutture che non producono un ritorno diretto in termini di potere, sicurezza o crescita.
Tra le uscite più significative figurano organismi cardine della cooperazione climatica globale, come la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici e il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico. È una scelta che va letta non come negazione del problema ambientale, ma come rifiuto di un sistema di governance percepito come vincolante e poco controllabile. Per l’amministrazione Trump, il clima diventa una variabile di politica industriale e di sicurezza energetica, non un terreno di concertazione multilaterale.
Questo ritiro massiccio si inserisce in una traiettoria già tracciata: uscita dall’Accordo di Parigi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, abbandono del Consiglio ONU per i Diritti Umani, stop ai finanziamenti all’UNRWA, rifiuto del Global Tax Deal dell’OCSE. La novità non è il singolo passo, ma la sistematicità dell’approccio. Il multilateralismo non viene riformato: viene archiviato come strumento non più funzionale.
Colpisce la presenza, nella lista, di organismi a forte impronta europea. Gli Stati Uniti lasciano l’European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats e il Forum of European National Highway Research Laboratories. Il segnale è chiaro: Washington riduce l’impegno nei forum dove l’Europa tenta di costruire una propria autonomia strategica, anche in ambiti, come le minacce ibride o le infrastrutture, tradizionalmente condivisi.
La Casa Bianca insiste sul risparmio per i contribuenti e sulla riallocazione delle risorse verso infrastrutture, difesa e sicurezza dei confini. Ma il punto politico è un altro: gli Stati Uniti rivendicano la libertà di agire fuori da cornici normative e decisionali collettive, riaffermando una concezione gerarchica dell’ordine internazionale. Non cooperazione tra pari, ma rapporti bilaterali, negoziati ad hoc, uso selettivo delle istituzioni quando servono.
La decisione di Trump non distrugge da sola il multilateralismo, ma ne accelera la crisi. Senza il principale finanziatore e garante politico, molte organizzazioni perderanno peso, legittimità e capacità operativa. Per l’Europa e per il sistema ONU si apre una fase di vulnerabilità strutturale: o si ridefiniscono strumenti e finalità, o si accetta un mondo più frammentato, dove le regole cedono il passo ai rapporti di forza.
In questo senso, il memorandum non è un atto amministrativo. È una dichiarazione di intenti: gli Stati Uniti scelgono di stare nel mondo non come perno di un sistema condiviso, ma come potenza che decide caso per caso, senza vincoli permanenti. Il multilateralismo, così come lo abbiamo conosciuto, entra ufficialmente nella sua fase terminale.