Usa. Trump, la politica dei dazi e l’equilibrio dei poteri

di Giuseppe Lai

Alcuni giorni fa il governo statunitense ha deliberato l’aumento del 25% dei dazi sull’import negli Stati Uniti di automobili e camion provenienti dall’Unione Europea. La motivazione ufficiale del provvedimento, pronunciata dal presidente Donald Trump, è il mancato rispetto da parte dell’Unione dell’Accordo di Turnberry, firmato lo scorso luglio con l’UE. L’intesa prevedeva una tariffa del 15% sulla maggior parte delle merci dell’Unione dirette verso gli Stati Uniti, in cambio di una riduzione, da parte europea, di molte tariffe imposte finora sui prodotti industriali americani. La risposta dell’UE non si è fatta attendere nel ribadire il rispetto degli accordi sottoscritti, annunciando la messa in atto di contromisure e ritorsioni nei confronti degli Stati Uniti.
La mossa di Donald Trump si inserisce in un quadro strategico che il presidente statunitense porta avanti da tempo, finalizzato a un chiaro obiettivo: costringere i produttori europei a delocalizzare la produzione negli Stati Uniti, affermando che “produrre in America conviene”. In realtà il suo piano d’azione va ben oltre il perseguimento di obiettivi prettamente commerciali e coinvolge il sistema dei “check and balances”, i pesi e contrappesi che regolano gli equilibri tra i vari asset di un sistema istituzionale avanzato come quello americano. La finalità del Tycoon è sempre stata quella di allargare il potere dell’esecutivo a scapito di altri poteri, in primis di quello legislativo, che nel settore tariffario ha precise prerogative stabilite dalla Costituzione. Quest’ultima infatti affida al Congresso la priorità nella tassazione e nell’imposizione di dazi. Nel merito, nel febbraio 2026, la Corte suprema americana aveva emanato una sentenza in cui si affermava che Trump non aveva l’autorità legale per dichiarare un’emergenza economica e imporre tariffe sulle merci europee, funzione attribuita al Congresso. Tale pronunciamento, di fatto, indeboliva l’Accordo di Turnberry e la conseguenza diretta è stata la retrocessione delle tariffe al 10%, un duro colpo per l’Amministrazione americana. In primo luogo perché la sentenza sanciva il controllo legittimo della Corte sui margini di azione del governo in materia di dazi; in secondo luogo, perché comunicava il messaggio che la magistratura non si piegava alle sfide dell’esecutivo. Il caso citato, tuttavia, non risolve la sfida di fondo che la politica commerciale statunitense deve affrontare. L’applicazione, pur estesa, da parte di Trump dell’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act), la legge federale che autorizza il presidente a imporre sanzioni economiche e dichiarare un’emergenza nazionale in caso di minacce provenienti dall’estero, è in buona parte legata al contesto normativo in vigore, frutto di varie modifiche apportate negli anni precedenti.
Nel corso del XX secolo il potere legislativo ha delegato molte funzioni commerciali fondamentali all’esecutivo, in particolare attraverso leggi che autorizzavano il presidente a negoziare accordi commerciali e a imporre unilateralmente dazi e restrizioni all’importazione. Tra le leggi che garantivano autonomia tariffaria al governo, il Trade Expansion Act del 1962 e il Trade Act del 1974, strumenti normativi applicati nel corso della Guerra Fredda con una certa moderazione, per due ragioni fondamentali. Innanzitutto per il dominio economico degli Stati Uniti, che ridusse la pressione politica governativa nell’attuare politiche protezionistiche. Il secondo fattore era il ricorso fisiologico alla diplomazia per risolvere le tensioni commerciali, al fine di evitare il ritorno delle guerre tariffarie degli Anni ‘30, che aggravarono la Grande Depressione e contribuirono a produrre conflitti globali. A partire dagli anni ‘90, il Congresso si è progressivamente ritirato dalla politica commerciale, incrementando in tal modo il potere del governo in materia tariffaria. Complice di questo trend l’istituzione ufficiale dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 1995, a cui gli Stati Uniti aderirono concordando sul libero scambio e sul fatto che i confini del potere tariffario presidenziale sarebbero stati fissati a Ginevra piuttosto che a Washington. In realtà i fatti dimostrarono il contrario.
Durante la sua prima campagna presidenziale, Trump si è scagliato contro il libero scambio e, una volta entrato in carica, il suo team ha di fatto disabilitato il meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC, bloccando la nomina degli arbitri. L’amministrazione ha poi condotto le sue politiche commerciali con poca attenzione alle regole del multilateralismo. Alcuni analisti speravano che la sconfitta di Trump nel 2020 avrebbe indotto un ritorno alle pratiche commerciali aperte, ma l’amministrazione Biden ha seguito un approccio simile, in alcuni casi aumentando i dazi deliberati da Trump e adottando interpretazioni altrettanto estese dei poteri commerciali dell’esecutivo. Nello specifico JoeBiden invocò la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che autorizza il presidente a imporre dazi per pratiche commerciali sleali. Questi dazi erano stati formalmente giustificati come risposta ai trasferimenti di tecnologia da parte di Pechino, che richiedevano alle aziende straniere di importare tecnologie dalla Cina in cambio dell’accesso al mercato cinese. Quando Trump è tornato in carica, ha portato il suo approccio del primo mandato ancora oltre, imponendo dazi praticamente sulle importazioni di ogni partner commerciale statunitense, una strategia con implicazioni rilevanti sia in patria che all’estero.
Con il Congresso in disparte, la Casa Bianca ha goduto di ampia discrezionalità, fino al recente intervento della Corte suprema, solo l’ultimo dei numerosi contenziosi con i tribunali, degli svariati attriti con i partner geopolitici e degli impatti negativi sui mercati internazionali. La magistratura, tuttavia, può solo ostacolare questa deriva dell’esecutivo, ma non fermarla. Il punto centrale è costituito dal potere del Congresso e dalle sue priorità legislative in materia tariffaria, non di rado disallineate rispetto alle scelte dell’esecutivo.
È indispensabile un processo di consolidamento delle prerogative congressuali che può attuarsi con varie modalità. Il Congresso può approvare nuove leggi per modificare o abrogare le norme che conferiscono al Presidente ampi poteri discrezionali, come la già citata IEEPA del 1977 o il Trade Act del 1974, alle quali Donald Trump ha fatto riferimento per imporre dazi evocando ragioni di sicurezza nazionale o emergenze economiche. Oppure può deliberare la non sussistenza di un’emergenza nazionale dichiarata dal Presidente, eliminando in tal modo il presupposto base per l’imposizione tariffaria.
Una terza via è l’approvazione di norme che regolano tariffe specifiche, come quelle che colpiscono partner commerciali, sottraendole al potere del governo. Tuttavia, la realizzazione di tali misure normative richiede una sorta di “super maggioranza” nel Congresso, una forza coesiva che non è riscontrabile attualmente e che rende il quadro normativo attuale instabile e fortemente dipendente dalle decisioni dei tribunali. Anche nell’eventualità che le prossime elezioni di midterm sancissero un’inversione di rotta nella composizione del Congresso, favorevole a un riequilibrio dei poteri dell’esecutivo in ambito tariffario e in altri settori, ci sarebbe l’ostacolo del veto presidenziale. In base alla Costituzione, il presidente ha il potere di veto sulle leggi approvate dal Congresso, da cui consegue che, se non è d’accordo con una norma approvata da Camera e Senato, può rifiutarsi di firmarla, impedendone l’entrata in vigore. Il Congresso può superare il veto presidenziale solo con una maggioranza qualificata dei due terzi in entrambe le Camere, un vincolo che si allinea al sistema di pesi e contrappesi teso a garantire l’equilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo. È tuttavia una condizione non facile da raggiungere, nonostante le proiezioni per la prossima tornata elettorale indichino un cambio di prospettiva politica.
Ciò in ragione di vari fattori: un’inflazione persistente, i conflitti in corso, le conseguenze di politiche tariffarie aggressive e la profonda frustrazione della classe media americana. Rafforzano tali previsioni gli esiti storici delle elezioni di metà mandato, quasi sempre deludenti per il partito del presidente in carica. Secondo la Brookings Institution, il partito del presidente ha perso seggi in 20 delle 22 elezioni di metà mandato dal 1938. Previsioni ottimistiche, ma il vero banco di prova sarà il voto del 3 novembre prossimo.