di Giuseppe Gagliano –
Mentre Donald Trump rispolvera la vecchia arma dei dazi per il suo ritorno in scena, uno dei bersagli più insospettabili finisce sotto tiro: il farmaco Made in Italy. Un colpo al cuore per l’industria italiana, ma anche un autogol annunciato per la sanità americana. La minaccia non è più teorica: l’ex presidente ha promesso un’imposizione tariffaria che potrebbe toccare il 25% e oltre, con l’obiettivo di riportare la produzione di medicinali sul suolo statunitense. Un’operazione tanto patriottica quanto miope, che rischia di minare l’intera catena del valore globale del settore farmaceutico.
La dipendenza degli Stati Uniti da forniture estere non è un segreto. Cina, India ed Europa — Italia in testa — sono da anni i pilastri invisibili della farmacopea americana. Solo per fare due esempi: quasi tutti i principi attivi dell’ibuprofene e della ciprofloxacina arrivano da stabilimenti in Asia. Ma gli USA restano saldamente legati anche ai laboratori e alle eccellenze italiane. Dalla Chiesi di Parma alla Menarini di Firenze, passando per Angelini, Dompé, Recordati e Zambon: le nostre imprese non solo esportano prodotti finiti, ma spesso sviluppano innovazioni, principi attivi e interi protocolli terapeutici.
Il dato è eloquente: nel 2023 l’Italia ha spedito oltre 7,9 miliardi di dollari in farmaci agli USA, rendendo quel mercato il primo sbocco per l’export del settore. Di questi, 5,27 miliardi sono rappresentati da medicinali confezionati, mentre quasi 3 miliardi arrivano da prodotti biologici. Si tratta, insomma, di un asse strategico, non solo commerciale, ma anche sanitario.
Trump vuole spezzarlo, in nome di un ritorno alla “sovranità farmaceutica”. Ma a quale prezzo? Aumentare i costi di importazione significa far lievitare i prezzi delle cure. Un dazio del 25% su una pillola per il cuore può sembrare poco, ma in una terapia di lungo periodo e senza assicurazione sanitaria, ogni centesimo diventa una condanna. Per i farmaci oncologici generici più complessi, si stima un incremento fino a 10mila dollari per un ciclo di 24 settimane. Altro che Made in America: qui si rischia il boomerang sanitario.
Certo, è vero che le aziende italiane potrebbero dover reinventare le proprie strategie produttive e distributive. Ma la conseguenza più insidiosa riguarda l’interdipendenza globale. Tagliare questo filo, in un settore ad alta specializzazione come il farmaceutico, significa creare inefficienze, ritardi, carenze. E soprattutto, significa colpire i pazienti. Non solo gli interessi economici.
Il paradosso? L’America di Trump pretende di diventare autonoma, ma nel farlo si rende più vulnerabile. Perché la salute non si produce con slogan e dazi, ma con filiere complesse, know-how condiviso e cooperazione internazionale. E in questa partita, l’Italia non è solo un fornitore: è un alleato industriale.
La guerra commerciale in pillole, insomma, rischia di trasformarsi in una guerra contro la salute. E, come spesso accade, a pagarne il prezzo più alto non saranno i presidenti, ma i pazienti.




