
di Giuseppe Gagliano –
La nuova offensiva di Donald Trump contro la Cina doveva segnare il ritorno della supremazia americana attraverso dazi, pressione economica e deterrenza militare. Ma il confronto con Pechino sta mostrando una realtà più complessa: gli Stati Uniti restano la principale potenza globale, ma non possono più imporre unilateralmente le regole del sistema internazionale.
La strategia trumpiana punta a colpire la crescita cinese attraverso restrizioni commerciali, tecnologia e pressione politica. Tuttavia Pechino, rispetto a vent’anni fa, è molto meno vulnerabile. Ha diversificato mercati, rotte commerciali, fornitori energetici e alleanze strategiche, costruendo una capacità di resistenza che rende più difficile qualsiasi tentativo di contenimento rapido.
La Cina ha assorbito l’urto della guerra commerciale senza arretrare. Ha reagito sfruttando il controllo su terre rare, minerali critici e filiere industriali decisive per la transizione energetica globale. Batterie, pannelli solari, auto elettriche e componenti industriali continuano infatti a dipendere in larga parte dalla produzione cinese, creando un paradosso per l’Occidente: contenere Pechino senza poter rinunciare alle sue fabbriche.
A complicare il quadro si aggiunge il Medio Oriente. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e il ruolo crescente della Cina nella regione hanno dimostrato che Washington non controlla più unilateralmente l’area. Pechino è diventata un partner economico ed energetico centrale per molti Paesi del Golfo grazie a investimenti, infrastrutture e commercio, erodendo progressivamente l’influenza americana sul piano diplomatico e finanziario.
Sul piano militare gli Stati Uniti mantengono una superiorità schiacciante in termini di basi, flotte, aviazione e capacità di proiezione globale. Ma le guerre contemporanee non si decidono soltanto con la forza militare. Conta sempre di più la capacità industriale, la produzione continua di munizioni, la resilienza economica e il controllo delle catene di approvvigionamento.
La strategia cinese punta proprio a logorare il margine di manovra americano senza arrivare a uno scontro diretto. Taiwan, semiconduttori, terre rare, infrastrutture e rotte commerciali diventano così strumenti di pressione indiretta contro Washington. Trump, al contrario, ha bisogno di risultati immediati e visibili da presentare all’opinione pubblica americana. Se la pressione economica produce inflazione, instabilità finanziaria e tensioni commerciali, la strategia rischia di trasformarsi in un boomerang politico.
La partita energetica resta uno degli elementi decisivi. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria sicurezza grazie alla produzione interna di petrolio e gas, ma continuano a dipendere dalla stabilità delle rotte marittime globali e del Golfo Persico. La Cina, pur restando vulnerabile sul piano energetico, ha moltiplicato accordi e fornitori tra Russia, Iran, Asia centrale e Africa per ridurre i rischi di isolamento.
L’Europa appare il soggetto più fragile di questo nuovo equilibrio. Da una parte resta legata militarmente agli Stati Uniti, dall’altra dipende dalla Cina per numerose tecnologie industriali e verdi. Un irrigidimento dello scontro commerciale tra Washington e Pechino rischia quindi di colpire direttamente l’economia europea, stretta tra dipendenza strategica americana e dipendenza industriale cinese.
La crisi attuale mostra soprattutto che il potere globale non è più concentrato in un unico centro dominante. Economia, energia, tecnologia, industria, logistica e capacità militare sono ormai elementi inseparabili della competizione internazionale. Gli Stati Uniti restano fortissimi, ma non più onnipotenti. La Cina continua la sua ascesa senza poter ancora sostituire Washington. L’Europa, invece, rischia di pagare il prezzo più alto se non riuscirà a costruire una propria autonomia industriale, energetica e strategica.











