di Giuseppe Gagliano

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran stanno mettendo in evidenza le contraddizioni strategiche di Washington, mentre emergono indiscrezioni secondo cui l’intelligence americana avrebbe previsto fin dall’inizio gran parte delle conseguenze del conflitto. Le dichiarazioni del segretario di Stato Marco Rubio, che ha difeso la necessità della risposta militare americana, arrivano infatti in un momento in cui cresce il dibattito interno sull’efficacia della strategia statunitense nel Golfo.

Secondo Joe Kent, ex direttore del Centro nazionale antiterrorismo, la comunità d’intelligence americana riteneva prima della guerra che l’Iran non stesse sviluppando un’arma nucleare e che, in caso di attacco israeliano o statunitense, avrebbe reagito colpendo le basi americane nella regione e minacciando lo Stretto di Hormuz. Se confermate, queste valutazioni indicherebbero che Washington era pienamente consapevole dei rischi di escalation prima dell’avvio delle operazioni.

Una valutazione riservata della CIA avrebbe inoltre concluso che l’Iran sarebbe in grado di resistere per mesi a un eventuale blocco navale americano senza collassare economicamente. Questo significa che Teheran potrebbe continuare a sostenere il conflitto anche sotto forte pressione militare ed economica, mantenendo allo stesso tempo capacità missilistiche sufficienti per colpire basi, infrastrutture e alleati regionali degli Stati Uniti.

La situazione rende particolarmente delicata la questione dello Stretto di Hormuz, una delle principali arterie energetiche mondiali. Un conflitto prolungato nell’area rischierebbe infatti di provocare aumento dei prezzi del petrolio, instabilità commerciale, pressioni inflazionistiche e forti ripercussioni sulle economie europee e asiatiche dipendenti dalle importazioni energetiche.

Nuove tensioni emergono anche in Iraq. Secondo diverse ricostruzioni, Israele avrebbe utilizzato una struttura clandestina nel deserto iracheno per sostenere le operazioni contro l’Iran. Se confermata, la presenza di un avamposto israeliano in Iraq rappresenterebbe un grave problema politico per Baghdad, già stretta tra influenza americana, pressione iraniana e instabilità interna.

Parallelamente, negli Stati Uniti cresce il timore per le nuove forme di guerra ibrida. Un rapporto di DisinfoWatch sostiene che ambienti vicini alla Russia e settori della destra radicale americana starebbero alimentando le spinte separatiste nella provincia canadese dell’Alberta attraverso campagne mediatiche e narrazioni online. La vicenda evidenzia come le tensioni geopolitiche stiano progressivamente investendo anche il fronte interno occidentale.

Sul piano giudiziario, resta irrisolta anche la questione di Guantanamo. Il processo contro Abd al-Rahim al-Nashiri, accusato dell’attacco contro il cacciatorpediniere USS Cole del 2000, è stato nuovamente rinviato. Le torture subite durante la detenzione nei siti segreti della CIA continuano infatti a compromettere la validità delle prove e a bloccare il procedimento.

Nel complesso, il quadro delineato mostra una potenza americana ancora militarmente dominante ma sempre più esposta a conflitti difficili da controllare politicamente. Gli Stati Uniti mantengono superiorità militare globale, ma faticano a trasformarla in risultati strategici stabili, mentre la guerra contro l’Iran rischia di accelerare nuovi equilibri tra Teheran, Mosca e Pechino e di aumentare l’instabilità economica internazionale.

La crisi del Golfo riapre così un interrogativo centrale per Washington: fino a che punto la forza militare può ancora garantire controllo geopolitico in un sistema internazionale sempre più frammentato e multipolare.