di Giuseppe Gagliano

Quando il governo venezuelano ha annunciato l’arresto di un gruppo di presunti mercenari legati alla CIA, la notizia ha riacceso uno dei fronti più opachi della politica latinoamericana: quello della guerra ibrida tra gli Stati Uniti e il regime di Nicolás Maduro. L’episodio è avvenuto mentre la Marina americana e quella di Trinidad e Tobago svolgevano esercitazioni congiunte che Caracas ha definito “provocazioni militari”.

Dietro l’apparente routine delle manovre, si muove uno scenario ben più complesso. Dopo mesi di operazioni navali e attacchi contro imbarcazioni ritenute coinvolte nel narcotraffico, Washington ha concentrato nella regione caraibica forze notevoli: una portaerei di nuova generazione, caccia, sottomarini e navi di superficie. Tutto in nome della “lotta alla droga”, ma con un messaggio politico diretto a Caracas. Parallelamente, la Casa Bianca ha raddoppiato a 50 milioni di dollari la taglia su Maduro, accusato di narcotraffico e corruzione.

Da parte sua, il governo venezuelano parla di una “operazione sotto falsa bandiera” che avrebbe dovuto giustificare un intervento esterno. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha denunciato un piano per innescare un conflitto regionale, evocando i fantasmi dei colpi di Stato e delle invasioni che hanno costellato la storia latinoamericana. Washington non ha smentito l’esistenza di operazioni coperte della CIA: lo stesso presidente Trump ne ha rivendicato l’autorizzazione, inscrivendole nella tradizione degli interventi segreti statunitensi nel continente.

Dal punto di vista militare, la situazione nei Caraibi ricorda un braccio di ferro a bassa intensità. Gli Stati Uniti vogliono impedire che il Venezuela rafforzi le proprie alleanze con Russia, Iran e Cina, mentre Caracas cerca di resistere attraverso una retorica di autodifesa e un uso calibrato della propaganda. L’arresto dei presunti mercenari, anche senza prove pubbliche, è un segnale di forza interna e un messaggio verso l’esterno: il governo è ancora in controllo e pronto a reagire.

Sul piano geopolitico, la mossa di Washington rischia di alimentare nuove tensioni in una regione già instabile. Le operazioni anti–narcotraffico, costate oltre 40 vite solo tra settembre e ottobre, sono viste da molti come un pretesto per riaffermare la presenza americana in un’area dove la Cina ha investito massicciamente in infrastrutture, energia e tecnologia. In questo contesto, anche piccoli episodi possono diventare detonatori di crisi.

L’America Latina è di nuovo un campo di battaglia simbolico tra potenze: gli Stati Uniti vogliono preservare la loro storica sfera d’influenza; la Russia cerca di mantenere un avamposto politico attraverso il sostegno militare e informativo a Maduro; la Cina, più silenziosa ma costante, punta a consolidare il controllo economico. Il risultato è un equilibrio precario, dove il Venezuela diventa laboratorio di una guerra economica e informativa globale.

In Europa, la presidente slovena Natasa Pirc Musar ha avvertito che la prosecuzione di queste operazioni potrebbe danneggiare l’immagine di Washington. Un monito non casuale: nel mondo multipolare che si va delineando, anche le potenze tradizionali devono fare i conti con la percezione. La guerra delle immagini e delle narrazioni vale ormai quanto quella delle armi.

Maduro sfrutta ogni occasione per trasformare la pressione esterna in consenso interno, facendo leva su un sentimento nazionale di resistenza. Ma il suo regime rimane fragile, isolato e dipendente dagli aiuti russi e cinesi. Trump, dal canto suo, gioca la carta dell’azione muscolare per mostrare agli elettori americani che gli Stati Uniti non arretrano davanti ai “nemici esterni”.

Dietro la scena, però, resta una verità più amara: la crisi venezuelana non è solo una questione di spie o di mercenari, ma un nuovo capitolo della guerra per l’influenza globale nelle Americhe. E come spesso accade, i primi a pagare saranno i cittadini, stretti tra la propaganda e la povertà, mentre i Caraibi tornano a essere l’arena di un confronto che sa di Guerra Fredda, ma parla il linguaggio del XXI secolo.