di Enrico Oliari –

Il voto di domenica scorsa che ha portato alla presidenza del Venezuela il delfino di Chavez, Nicolas Maduro, ha consegnato un paese spaccato in due. In modo del tutto inaspettato, infatti, Maduro ha sconfitto lo sfidante Henrique Capriles per una manciata di voti, nonostante l’enorme macchina mediatica messa in funzione da Maduro, che in campagna elettorale è arrivato ad occupare 65 ore di trasmissione sulla tv di Stato contro i 23 minuti del governatore dello Stato di Miranda.

Il gap del risultato elettorale è stato di soli 230mila voti e c’è chi ha parlato di brogli elettorali, tanto che le tensioni del dopo voto si sono tutt’altro che assopite ed al momento di danno 7 morti e 161 feriti nelle manifestazioni di protesta in corso un po’ ovunque.

Maduro e Capriles si sono rinfacciati a vicenda la responsabilità degli scontri in corso ed il presidente del Venezuela, che gioca subdolamente, ha fatto interrompere la diffusione in tv di una conferenza stampa del leader oppositore per inserire le sue immagini mentre sta inaugurando un ospedale pubblico a Maracaibo. “Sono qui per lanciare la lotta contro il colpo di Stato fascista della borghesia”, ha annunciato Maduro, il quale ha anche chiesto al “popolo di scendere in piazza, in pace, per sconfiggere i traditori della patria”. Riferendosi a Capriles, Maduro ha continuato dicendo che “Io, in quanto presidente, non ti riconosco più come governatore (dello Stato di Miranda) e tu dovrai affrontare la giustizia, perché hai mandato i tuoi a uccidere”.

Capriles, da parte sua, ha accusato il presidente eletto di brogli e chiesto di nuovo il riconteggio dei voti bollando “illegittima” la sua proclamazione, mentre Maduro, tentando (a malo modo) di imitare il suo predecessore, ha accusato capo dell’opposizione di aver pianificato un golpe, ovviamente sostenuto dagli americani, prontamente sventato.

Ad infiammare la polemica ci si sono messi in modo comprensibile l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), ed in modo meno comprensibile gli Stati Uniti, i quali hanno definito “opportuno” il riconteggio dei voti visto lo scarto del solo 1,7 per cento, ma a bacchettare Washington è intervenuto il presidente argentino, Cristina Kirchner, che ha chiesto alla Casa Bianca di “riconoscere il governo venezuelano dopo le elezioni trasparenti e chiare” che hanno decretato la vittoria di Nicolas Maduro. Come riportato sul noto quotidiano El Clarin, la de Kirchner ha chiesto agli Stati Uniti “di comportarsi come un vero fratello nordamericano e di riconoscere il risultato, come hanno fatto la Russia e tutta l’America Latina, perché riconoscere il risultato contribuirà alla pace”.

Per dare un segnale di distensione, Capriles ha annullato la marcia di protesta a suon di pentole ed ha invitato Maduro a “calmarsi un pochino”, aprendo così a “un dialogo per risolvere rapidamente la situazione”, ma il presidente neoeletto è rimasto dell’idea che Capriles e i suoi stanno “attizzando fuochi di violenza, come in Siria e in Libia”, per cui “i responsabili di queste violenze finiranno in carcere”. Anche il ministro degli Esteri, Elias Jaua, ha sostenuto che “l’opposizione venezuelana ha cessato di essere democratica”, ma forse basterebbe davvero ricontare i voti per riconciliare un paese, de facto, spaccato in due.