di C. Alessandro Mauceri –
Negli ultimi due mesi gli USA avrebbero attaccato almeno sette imbarcazioni che navigavano in acque internazionali al largo delle coste venezuelane, causando decine di morti. Il primo attacco documentato risale all’1 settembre. A darne notizia lo stesso presidente Trump, il quale ha riferito che la Marina degli Stati Uniti aveva effettuato un attacco aereo nei Caraibi meridionali su una nave proveniente dal Venezuela. Uccise tutte le persone a bordo. Trump ha anche pubblicato un video dell’attacco affermando che si trattava di una nave di trafficanti di droga, ma senza fornire prove della presenza di droghe a bordo; la nave è stata affondata. Nei giorni seguenti il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio hanno dichiarato che le “operazioni militari” contro i cartelli della droga sarebbero continuate.
Poco dopo c’è stato un secondo attacco. “È avvenuto mentre questi narcoterroristi venezuelani erano in acque internazionali per il trasporto di stupefacenti illegali, un’arma mortale che avvelena gli americani, diretto negli Stati Uniti”, ha postato Trump su Truth Social.
Tra il 15 settembre e il 14 ottobre gli Stati Uniti d’America hanno colpito altre cinque navi o imbarcazioni nella stessa zona del mar dei Caraibi, uccidendo decine di persone. Operazioni avvenute tutte in acque internazionali. E ogni volta non sarebbero state fornite prove del fatto che si trattasse di trafficanti di droga. Un modo di fare che è stato messo in discussione anche da alcuni membri del Congresso. Sia repubblicani che democratici.
“Che sentimento spregevole e sconsiderato è glorificare l’uccisione di qualcuno senza un processo”, ha scritto online il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky. Nella nota si sottolinea che “il Congresso non ha fatto alcuna dichiarazione di guerra né ha autorizzato l’uso della forza militare per future operazioni simili”, e che “classificare una missione delle forze dell’ordine come antiterrorismo non conferisce l’autorità legale per colpire e uccidere civili”. A sostenere l’illegittimità di queste azioni militari anche la professoressa Mary Ellen O’Connell, esperta di diritto internazionale, che ha descritto l’ultimo attacco un “omicidio illegale” affermando che questo lancia “il messaggio che il rispetto della legge non ha importanza per gli Stati Uniti”.
Il 15 settembre, durante un evento alla Casa Bianca, alla domanda se avrebbe fornito la prova che gli individui presi di mira nell’ultimo attacco erano “narco-terroristi”, Trump ha detto a Politico che “abbiamo registrato prove e prove”. Ma finora non le ha prodotte. L’unica risposta fornita è stata che si stanno “trattando i presunti trafficanti di droga come combattenti illegali che devono essere affrontati con la forza militare”. Blanda la giustificazione fornita a The New Republic dal segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha dichiarato: “Abbiamo l’autorità assoluta e completa”, e ha aggiunto “… la sola difesa del popolo americano. 100mila americani sono stati uccisi ogni anno sotto la precedente amministrazione a causa di un confine aperto e di un flusso di traffico di droga aperto. Questo è un assalto al popolo americano”.
Dure le reazioni anche a livello internazionale. “Cerchiamo di essere chiari: questa potrebbe essere un’esecuzione extragiudiziale, che è un omicidio”, ha dichiarato Daphne Eviatar, che dirige il programma Sicurezza con i Diritti Umani di Amnesty International USA. “Non c’è assolutamente alcuna giustificazione legale per questo attacco militare”, ha aggiunto.
Il 21 ottobre 2025, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha confermato che l’uso della forza letale in acque internazionali senza un’adeguata base giuridica costituisce “esecuzioni extragiudiziali”, e che un’azione militare segreta o diretta contro un altro Stato sovrano (il Venezuela, visto che gli attacchi si sono svolti tutti al largo delle sue coste) rappresenterebbe “una violazione ancora più grave della Carta delle Nazioni Unite”. Adam Isacson dell’Ufficio di Washington per l’America Latina ha detto che l’attacco “sembra un massacro di civili in mare”.
Durante un’intervista a Democracy Now!, Greg Grandin ha messo in dubbio che la barca fosse effettivamente utilizzata per contrabbandare droga, sostenendo che una barca del genere non avrebbe trasportato 11 passeggeri, ma avrebbe dedicato lo spazio al carico di droga. Per Grandin l’attacco rischia di “portare la logica di Gaza nei Caraibi, in termini di irresponsabilità, impunità e una nozione espansiva di difesa nazionale per giustificare ciò che è, in effetti, solo un’uccisione extragiudiziale”. Anche David Smilde ha anche detto che il numero di passeggeri sarebbe insolito per una nave di contrabbando di droga.
Diverse le opinioni dei leader americani. Il primo ministro di Trinidad e Tobago Kamla Persad-Bissessar ha incoraggiato ulteriori operazioni contro i trafficanti di droga, dicendo che “Il dolore e la sofferenza che i cartelli hanno inflitto alla nostra nazione sono immensi. Non ho simpatia per i trafficanti; l’esercito americano dovrebbe ucciderli tutti violentemente”. Di parere diverso il presidente colombiano Gustavo Petro: ha detto che attaccare gli occupanti di quell’imbarcazione con piuttosto che catturarli equivale a un omicidio. Dal canto suo il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha detto di essere dalla parte della pace, di essere favorevole ai negoziati e che le forze statunitensi nei Caraibi sono diventate una fonte di tensione.
Nel 1982, dopo tre serie di conferenze multilaterali per definire il testo, il presidente Ronald Reagan annunciò formalmente che gli Stati Uniti d’America non avrebbero firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS): si giustificò dicendo che l’accordo avrebbe limitato la libertà degli Stati Uniti di condurre operazioni minerarie lungo i fondali marini profondi oltre il limite delle 12 miglia.
Ad oggi la Convenzione è stata ratificata da 168 parti, ovvero 167 Stati di cui 164 Stati membri delle Nazioni Unite più lo Stato osservatore delle Nazioni Unite, la Palestina, le Isole Cook e Niue e l’Unione Europea. Altri 14 Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato, ma non hanno ancora ratificato, la Convenzione. Gli USA non appartengono né al primo né al secondo gruppo.












