di Giuseppe Gagliano –
Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha agitato lo spettro dello stato di emergenza nazionale, accusando gli Stati Uniti di preparare un’aggressione militare dopo gli affondamenti di tre imbarcazioni sospettate di narcotraffico nei Caraibi. A suo dire, Washington starebbe usando la “lotta alla droga” come pretesto per una strategia più ampia di destabilizzazione del Paese e di controllo sulle immense riserve petrolifere venezuelane.
Dietro il braccio di ferro c’è il recente ordine di Donald Trump di inviare otto navi da guerra e un sottomarino nucleare nel Mar dei Caraibi. Ufficialmente si tratta di operazioni contro i cartelli, ma la scelta di dispiegare unità militari di tale peso indica una chiara volontà di pressione politica.
Le accuse di “guerra non dichiarata” non nascono nel vuoto: Caracas denuncia già da settimane un’escalation fatta di operazioni navali, affondamenti con vittime civili e piani del Pentagono per attacchi con droni e forze speciali sul territorio venezuelano. Alcuni esperti ONU hanno definito gli abbordaggi in mare “esecuzioni extragiudiziali”, sottolineando l’assenza di prove certe sui carichi di droga.
Se proclamato, lo stato di emergenza darebbe a Maduro poteri eccezionali, inclusa la sospensione di alcune libertà fondamentali. In un Paese già provato da crisi economica e contestazioni sulla legittimità della rielezione 2024, la mossa rischia di accentuare la frattura interna.
La vicenda si inserisce in una zona grigia del diritto internazionale: l’uso di forze navali per colpire imbarcazioni sospette, senza dichiarazione di guerra né mandato ONU, apre interrogativi sulla legalità dell’azione americana e sulla sovranità marittima venezuelana. Per Washington è lotta al narcotraffico; per Caracas è un’operazione di forza che mina l’equilibrio regionale.
Il nodo centrale resta l’oro nero venezuelano: le sanzioni statunitensi e la contrazione della produzione hanno già messo in ginocchio l’economia di Caracas. L’ipotesi di un cambio di regime pilotato per aprire il settore energetico a compagnie occidentali è un leitmotiv della propaganda chavista, ma non privo di eco nella memoria storica latino-americana, segnata da interventi esterni sulle risorse naturali.
La postura muscolare di Trump nei Caraibi rientra anche in una strategia di deterrenza verso altri attori regionali – Cuba, Nicaragua – e verso i partner di Maduro, dalla Russia all’Iran, interessati al petrolio venezuelano e alle basi logistiche sullo scacchiere atlantico.
Se la tensione dovesse trasformarsi in incidenti armati, l’instabilità economica e le migrazioni potrebbero travolgere non solo Venezuela e Stati Uniti ma anche i Paesi limitrofi, dal Brasile alla Colombia, già alle prese con flussi di profughi venezuelani e fragilità politiche interne.
L’escalation in corso evidenzia quanto, nel mondo multipolare di oggi, la frontiera tra guerra alla criminalità e guerra geopolitica sia sempre più labile: basta un incidente in mare per innescare una crisi regionale.












