Venezuela. Il Consiglio di Sicurezza ONU diviso: pioggia di condanne contro l’azione degli Usa

di C. Alessandro Mauceri –

Mentre negli Stati Uniti si teneva il primo incontro tra i giudici americani e il presidente venezuelano Nicolás Maduro, rapito e trasferito con la forza negli USA, a New York si sono svolti i lavori della sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocata proprio in seguito all’azione statunitense a Caracas.
Ad aprire i lavori, a nome del segretario generale António Guterres, è stata Rosemary Di Carlo, Sottosegretaria generale dell’ONU per gli Affari politici e il Peacebuilding (ed ex diplomatica statunitense). Di Carlo ha definito la situazione «grave e preoccupante a livello internazionale», avvertendo che “the situation is critical, but it is still possible to prevent a wider and more destructive conflagration”. Ha inoltre ribadito che il rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale «non è facoltativo»: esistono, ha sottolineato, «meccanismi internazionali per affrontare crimini, traffici illegali e violazioni dei diritti umani senza mettere a rischio la stabilità regionale e globale».
Sulla stessa linea Jeffrey Sachs, presidente dell’UN Sustainable Development Solutions Network e direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University, intervenuto da remoto. Secondo Sachs, il nodo centrale non riguarda la qualità della gestione del Venezuela da parte di Maduro, ma la tenuta delle relazioni tra Stati. In gioco, ha spiegato, c’è la validità dell’Articolo 2, sezione 4, della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso o la minaccia della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Rinunciare a questo principio, ha avvertito, significherebbe aprire una frattura irreversibile nell’ordine internazionale.
Successivamente hanno preso la parola i rappresentanti degli Stati membri del Consiglio di Sicurezza. Tra coloro che hanno condannato apertamente l’azione degli Stati Uniti in Venezuela, la rappresentante della Colombia Leonor Zalabata Torres, che – citando le recenti minacce dell’ex presidente Donald Trump contro il presidente colombiano Gustavo Petro – ha ribadito che l’uso della forza è consentito solo in circostanze eccezionali, come l’autodifesa, e mai per imporre un controllo politico su un altro Stato. Secondo la diplomatica colombiana, gli “attacchi” di Trump rischiano inoltre di provocare un nuovo e massiccio afflusso di migranti, con conseguenze pesanti per i Paesi vicini.
Anche l’ambasciatore della Federazione Russa, Vassily A. Nebenzia, ha definito l’operazione statunitense un’“aggressione armata” in violazione del diritto internazionale. Mosca ha chiesto il rilascio immediato del presidente «legittimamente eletto» Nicolás Maduro e di sua moglie, accusando Washington di calpestare la Carta dell’ONU. Nebenzia ha poi invitato il Consiglio a evitare doppi standard – con un chiaro riferimento ai conflitti in Ucraina e nella Striscia di Gaza – sostenendo che l’operazione americana non avrebbe nulla a che fare con la democrazia o i diritti umani, ma sarebbe motivata dall’interesse per le risorse naturali venezuelane. Giustificare un simile intervento, ha concluso, rischia di alimentare una nuova stagione di neocolonialismo e imperialismo.
Dura anche la posizione della Cina, che ha definito l’azione degli Stati Uniti «unilaterale, illegale e da bullo». Il rappresentante di Pechino ha accusato Washington di «calpestare in modo arrogante la sovranità, la sicurezza e i legittimi diritti del Venezuela», anteponendo il potere militare al multilateralismo e alla diplomazia. Posizioni simili sono state espresse da numerosi altri membri del Consiglio.
La rappresentante del Cile, Paula Narváez Ojeda, ha bocciato l’operazione statunitense sottolineando che, pur non riconoscendo la legittimità del governo di Maduro, «le gravi violazioni dei diritti umani non hanno una soluzione militare». Sulla stessa linea l’ambasciatore del Messico, Héctor Vasconcelos, che ha definito l’azione americana una violazione della Carta dell’ONU e una minaccia diretta al multilateralismo.
Ancora più duro il tono di Cuba: l’ambasciatore Ernesto Soberón Guzmán ha parlato di «piani egemonici e criminali» degli Stati Uniti, già responsabili – a suo dire – di gravi conseguenze per la stabilità regionale. L’Iran, per voce dell’ambasciatore Amir Saeid Iravani, ha denunciato i doppi standard di Washington, paragonando il caso venezuelano alle pressioni subite da Teheran. Il Pakistan, con l’ambasciatore Munir Akram, ha avvertito che quanto accaduto costituisce un precedente pericoloso e ha invocato soluzioni pacifiche rispettose della volontà del popolo venezuelano.
Anche la Danimarca ha espresso forte preoccupazione. L’ambasciatrice Christina Markus Lassen, pur ribadendo di non riconoscere la legittimità di Maduro e condannando le violazioni dei diritti umani in Venezuela, ha definito l’uso della forza e la cattura di un capo di Stato un precedente estremamente pericoloso: nessun Paese, ha sottolineato, può arrogarsi il diritto di decidere il futuro politico di un altro con mezzi militari.
Diversa la posizione di alcuni Stati che hanno preferito limitarsi a denunciare il comportamento del governo venezuelano, senza condannare apertamente l’azione statunitense. La rappresentante della Lettonia, Sanita Pavļuta-Deslandes, ha definito il regime di Maduro «radicato nella repressione di massa, nella corruzione e nel crimine organizzato», ribadendo il sostegno a una transizione pacifica e democratica. Il vice ambasciatore del Regno Unito, James Kariuki, ha attribuito a Maduro la responsabilità del collasso economico e sociale del Paese, auspicando una transizione conforme al diritto internazionale.
Il vice rappresentante permanente della Francia all’ONU, Jay Dharmadhikari, ha ribadito la solidarietà di Parigi al popolo venezuelano e ricordato che la Francia, come molti altri Stati membri, non ha riconosciuto Maduro presidente dopo le elezioni del 2024. Allo stesso tempo, ha ammesso che l’operazione militare che ha portato alla sua cattura viola i principi fondamentali della Carta ONU, in particolare il divieto dell’uso della forza e il rispetto della sovranità statale.
Di segno opposto l’intervento dell’ambasciatore statunitense Mike Waltz, che ha definito l’operazione una «azione chirurgica di law enforcement», e non una guerra contro il Venezuela o il suo popolo. Secondo Waltz, l’arresto di Maduro e della moglie Cilia Flores sarebbe stato necessario per proteggere i cittadini americani, paragonandolo all’operazione contro Manuel Noriega nel 1989. Waltz ha ricordato che Maduro è stato incriminato da un gran giurì di New York per narcotraffico, narco-terrorismo e traffico internazionale di armi, sostenendo che le prove saranno presentate in aula secondo lo stato di diritto. Il rappresentante statunitense ha però omesso di ricordare che, nel dicembre 2025, il presidente Trump ha concesso la grazia a un ex presidente honduregno condannato a oltre quarant’anni di carcere per traffico di centinaia di tonnellate di cocaina negli USA.
Anche Argentina, Trinidad e Tobago e Paraguay hanno espresso apprezzamento per gli sforzi americani contro le reti criminali regionali.
Nel corso della riunione, molti osservatori hanno notato l’assenza di una posizione comune da parte dei Paesi dell’Unione Europea: Francia e Spagna hanno assunto linee diverse, mentre è risultata significativa l’assenza dell’ambasciatore dell’UE. Ancora più criticato l’atteggiamento dell’Italia, che pur presente ha scelto di non intervenire, una decisione giudicata da alcuni “diplomatica” e da altri come una grave mancanza di responsabilità.
Come prevedibile, la riunione del Consiglio di Sicurezza si è conclusa senza l’adozione di misure concrete. Un epilogo che sembra confermare i timori espressi da Rosemary Di Carlo circa l’incapacità delle Nazioni Unite di gestire divisioni sempre più profonde, in un contesto internazionale in cui gli Stati appaiono sempre più inclini a perseguire i propri interessi attraverso la forza.