di Giuseppe Gagliano –
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha invitato i Paesi della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) a reagire con una posizione comune contro quella che definisce la “militarizzazione dei Caraibi” da parte degli Stati Uniti. In una lettera resa pubblica il 9 novembre, alla vigilia del vertice CELAC–Unione Europea in Colombia, Maduro ha accusato Washington di utilizzare la lotta al narcotraffico come pretesto per giustificare una presenza militare sempre più aggressiva nella regione. Dietro il suo appello si nasconde un conflitto geopolitico più ampio: l’America Latina che tenta di riaffermare la propria autonomia contro il ritorno della potenza militare statunitense nel suo spazio storico di influenza.
Secondo Caracas, le operazioni navali americane al largo delle acque venezuelane, responsabili, secondo fonti locali, di oltre 60 morti e della distruzione di 20 imbarcazioni dal mese di settembre, rappresentano una “guerra non dichiarata”. Maduro ha chiesto un’indagine internazionale indipendente e ha invitato i governi della regione a unire le forze per difendere la pace e la sovranità dei popoli caraibici. Washington, dal canto suo, insiste nel definire tali operazioni legittime e limitate alle acque internazionali, ma il continuo dispiegamento di navi da guerra ordinato da Donald Trump alimenta il sospetto di un nuovo capitolo della guerra fredda emisferica.
Per Maduro la campagna statunitense ha un obiettivo politico preciso: il “cambio di regime” in Venezuela e la destabilizzazione dei governi che resistono alla linea di Washington. Per i leader progressisti della regione, come il colombiano Gustavo Petro, le vittime civili delle operazioni americane confermano la violazione della sovranità latinoamericana. Tuttavia, dietro lo scontro retorico, emergono due strategie complementari: gli Stati Uniti cercano di riaffermare la propria supremazia marittima in un’area dove avanzano gli interessi di Cina e Russia, mentre Caracas utilizza la retorica anti-imperialista per riconquistare centralità diplomatica e costruire solidarietà regionale dopo anni di isolamento.
Maduro invoca la “memoria storica” delle interferenze straniere per spingere la CELAC a diventare uno scudo politico contro la presenza militare americana. Ma il fronte latinoamericano appare diviso: alcuni governi condividono la denuncia venezuelana, altri preferiscono mantenere la cooperazione con Washington per contrastare il narcotraffico e garantire sicurezza marittima. Ne nasce una regione frammentata, sospesa tra difesa della sovranità e necessità di pragmatismo.
L’appello di Maduro, più che un atto militare, è una mossa strategica per ridefinire i rapporti di forza nel continente. Trasforma le operazioni statunitensi da missioni contro il crimine a strumenti di pressione geopolitica, costringendo la CELAC a interrogarsi sul proprio ruolo: agire come blocco indipendente o restare terreno di confronto tra potenze esterne.
Nel 2025 i Caraibi tornano così a essere il simbolo di una contesa antica: quella tra sicurezza e sovranità, tra potenza e autodeterminazione. Un equilibrio precario in cui ogni nave militare diventa un messaggio politico e ogni silenzio diplomatico, una scelta di campo.












