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Manifestazioni represse dalla polizia a Caracas, dove un cordone di poliziotti ha respinto con i gas lacrimogeni e i proiettili di gomma numerosi attivisti delle opposizioni che tentavano di raggiungere la sede del Consiglio Nazionale Elettorale (Cne), organo in questi giorni chiamato a validare le 2 milioni di firme, cioè 10 volte il necessario, raccolte per avviare il processo di destituzione del presidente Nicolas Maduro.
Nei giorni scorsi Socorro Hernandez, uno dei dirigenti del Consiglio elettorale, ha comunicato che “Dal 18 maggio al 2 giugno, verificheremo le formule”, e che vi sarà la numerazione delle schede 16 al 20 maggio, prima di verificare l’autenticità delle firme. Il Cne, organo in realtà controllato dal governo, ha già fatto sapere che vi sono irregolarità e addirittura firme false.
Intanto il paese versa nella più grave crisi economica di sempre, con l’inflazione giunta al 700 per cento, gli uffici pubblici aperti per due giorni alla settimana, la corrente elettrica razionata e i negozi vuoti.
Il 15 maggio il presidente Nicolas Maduro, che non perde giorno ore accusare gli Usa di tutto, ha ordinato la requisizione delle aziende ferme per gli scioperi o per decisione degli imprenditori ed ha spiegato che “Nell’ambito di questo decreto in vigore prendiamo tutte le misure per recuperare l’apparato produttivo paralizzato dalla borghesia. Chiunque voglia fermare la produzione per sabotare il paese dovrà andarsene e chi non lo fa va ammanettato e inviato alla PGV (Prigione generale del Venezuela)”. “Fabbrica ferma, fabbrica restituita al popolo!”, ha aggiunto.

